Dott.ssa Antonella Guariglia
Dirigente Psicologa
U.O. Ginecologia e Ostetricia-Centro PMA
P.O. “San Luca” Vallo della Lucania, Asl Sa
Amata è un film italiano del 2025 diretto da Elisa Amoruso e interpretato da Miriam Leone, Stefano Accorsi e Tecla Insolia. Basato sull’omonimo romanzo di Ilaria Bernardini, esplora temi legati alla maternità e al desiderio di maternità attraverso le storie parallele di due donne, Nunzia (Tecla Insolia), una studentessa universitaria con una gravidanza inaspettata, e Maddalena (Miriam Leone), una ingegnere che cerca di avere un figlio da tempo. Il film è uscito nei cinema italiani il 16 ottobre 2025.
- Regia: Elisa Amoruso
- Genere: Drammatico
- Trama: Il film segue due storie parallele. Da un lato, Nunzia, una giovane studentessa che si ritrova incinta contro la sua volontà. Dall’altro, Maddalena, che, dopo diversi aborti, desidera ardentemente diventare madre.
- Cast: Miriam Leone, Stefano Accorsi, Tecla Insolia, Donatella Finocchiaro, Barbara Chichiarelli, Lidia Vitale e Betti Pedrazzi
- Durata: 100 minuti
- Produzione: Indiana Production, Memo Films e Rai Cinema, con la distribuzione di 01 Distribution
- Data di uscita: 16 ottobre 2025
AMATA: un titolo che racchiude la complessità della maternità: un figlio può essere amato solo se desiderato? Il film attualmente nelle sale sembra minare questo luogo comune. La storia di Nunzia e di Maddalena sembra collocarsi tra due opposti: una gravidanza indesiderata e la ricerca ostinata di una gravidanza che non arriva chiamando lo spettatore ad interrogarsi su cosa significhi amare un figlio.
L’amore per un figlio, come per ogni altra persona, non può prescindere dall’ambivalenza. L’ambivalenza è la capacità di poter reggere sentimenti contrastanti verso se stessi e verso gli altri, poter amare e odiare al tempo stesso una persona, se stessi e nel caso della maternità “un figlio”.
Winnicott nel suo saggio: “L’odio nel controtransfert” (1947) affronta un aspetto impopolare, ancora oggi nascosto, ma profondamente veritiero, attraverso un elenco bizzarro e inaspettato di ben 17 motivi per cui “una madre odia il suo piccolo prima che lui possa odiare lei”.
Nella pellicola di Elisa Amoruso, Nunzia odia profondamente la figlia arrivata da un rapporto occasionale: non tollera la sua immagina allo specchio da gravida e lotta per l’intera gravidanza, negandola.
“Pensavo che sparisse!” esclama disperata dopo il parto.
Diventare madre in modo consapevole ed essere una madre “sufficientemtente buona” è un privilegio perché necessità della fortuna di aver avuto uno sviluppo psichico relativamente sano, senza grandi traumi e tale da permettere ad una bambina di identificarsi pienamente in una identità femminile (è da bambine che il gioco con le bambole permette di acquisire già un ruolo materno), di superare i conflitti dell’adolescenza, di avere un sereno rapporto con il proprio corpo adulto, sessuato, e crescendo di scegliere un partner con cui desiderare insieme un figlio dopo aver riempito le propri vite di interessi, passioni, lavori ed essersi sentiti narcisisticamente pieni di se stessi. Come può Nunzia amare una gravidanza sopraggiunta dopo un rapporto occasionale, uno dei tanti contatti fugaci, gli unici che può reggere nella sua giovane età e avendo sullo sfondo un lutto non ancora elaborato per la perdita di suo padre e con essa della sua infanzia? La scena del parto della piccola Margherita è molto suggestiva rispetto alla impossibilità psichica di ricoprire un ruolo materno che contempli un rapporto di cogenitorialità con un partner adulto che Nunzia non può permettersi: “Dove è il padre?” chiede l’ostetrica e Nunzia prontamente, in uno stato quasi dissociativo, esclama: “No, mio padre è morto!”. Nella fragilità di una ragazza che porta sulle sue spalle non solo i suoi desideri di realizzazione professionale (la passione per gli studi umanistici) ma il sogno di riscattare la condizione di umiltà e povertà della sua famiglia siciliana di pescatori, sopraggiunge la potenza della pulsione di vita, di un corpo che risponde nonostante la sua negazione psichica alle richieste ugualmente corporee di una figlia. È il corpo a reclamare un legame psichico, lasciando lo spettatore nella speranza che possa prendere il sopravvento e restituire magicamente a Nunzia una serena esperienza di maternità. Meravigliosa è a tal proposito la colonna sonora di Battiato che sembra prestare le parole alla nascitura Margherita: “Tra di noi forse nascerà un amore vero, te lo leggo negli occhi, tu lo leggi nei miei. Ma non sei sincera, te lo leggo negli occhi stai soffrendo per me.” Alla nascita della piccola Margherita si accavalla poi nel film la nascita ugualmente complessa di Maddalena come madre adottiva, sfatando anche lì il luogo comune di una madre che proprio perché ha affrontato il dramma dell’infertilità di coppia, svariate tecniche di procreazione medicalmente assistita, aborti ripetuti e il lungo iter burocratico dell’adozione, ci si aspetti che debba essere prontissima nel ricoprire il ruolo materno. Maddalena invece, è animata nel film dalla ricerca di un senso da dare al suo essere madre: dove collocare tale ruolo con quello di donna professionalmente realizzata, facendo spazio e cedendo la sua stanza di lavoro da ingegnere ad un bambino da adottare. A ciò si unisce sullo sfondo una difficoltà a superare complesse dinamiche infantili tali da determinare un “autosabotaggio” in ogni momento di crescita personale: il matrimonio è stato anticipato da un tradimento da parte sua, ben elaborato e accettato da un marito che sembra essersi fatto padre per Maddalena prima ancora che marito, restituendo allo spettatore l’importanza di una maternità che non può prescindere dalla paternità non solo per la bambina Margherita, ma nel vissuto di Maddalena di figlia prima ancora che madre. Due madri, quindi, sono le meravigliose protagoniste di questo film, potente e delicato al tempo stesso che rimanda allo spettatore l’obbligo di non giudicare. Perché amare un figlio, profondamente e nella sua singolarità, può anche significare abbandonarlo, cogliendo in se stessi una incapacità nel sintonizzarsi affettivamente con lui: Nunzia allatta ma non riesce e non vuole un contatto così intimo e ne riconosce pienamente la propria unica responsabilità. Il saluto di Margherita nella culla della Vita non può che essere un grande atto di amore, nel rispetto di una vita che merita di essere stata desiderata e che sarà doppiamente “AMATA”.






Lascia una risposta