Dott. Luigi Antonio Perrotta
Credo fermamente che l’unica cura che potrà salvare il mondo sia la cura dei legami.
Come ci rammenta Freud (1930, 568): «La sofferenza ci minaccia da tre parti: dal nostro corpo che, destinato a deperire e a disfarsi, non può eludere quei segnali di allarme che sono il dolore e l’angoscia, dal mondo esterno che contro di noi può infierire con forze distruttive inesorabili e di potenza immane, e infine dalle nostre relazioni con altri uomini. La sofferenza che trae origine dall’ultima fonte viene da noi avvertita come più dolorosa di ogni altra».
I legami ci plasmano, ci fanno ammalare, ci curano; permettono di prenderci cura di noi stessi, degli altri, del mondo, delle relazioni, delle istituzioni. Vedere sé stessi, il più pienamente e profondamente possibile, e vedere l’altro, non è un atto semplice né immediato, richiede lavoro, sforzo, impegno. L’eclissi dell’umano è una criticità cruciale del nostro tempo. Le guerre stesse, i cui drammatici riferimenti affollano le notizie di cronaca, (dietro gli spostamenti di ordine economico e geografico-politico) esprimono una difficoltà a rappresentarsi l’Altro e a regolamentare gli scambi con il Diverso; una difficoltà che esplode a livello internazionale in cui l’altro (cultura, idea, bisogno, presenza) è vissuto come un ostacolo alla piena realizzazione del proprio progetto narcisistico.
L’altro è il limite con cui dialogare in un rapporto maturo che richiede un legame che è alla base della vita e delle relazioni.
Come psicoanalisti abbiamo una posizione privilegiata, ricca di oneri e di onori, nell’accogliere l’altro e nello sforzo per costruire legami che curano. Dietro le quinte, nostro terreno di lavoro, possiamo cogliere le conseguenze, spesso drammatiche, delle vicissitudini dei legami, le conseguenze di questi legami feriti, fraintesi e sofferenti. «(…) Ci portiamo dentro un’infinità di storie, di scene, di aneddoti, di particolari (…) Più che storie compiute portiamo dentro di noi pezzi di storie, frammenti (…) e quasi sempre non ne conosciamo l’epilogo, (…) Infinite trame di romanzi che non riusciamo a scrivere. (…) Camminiamo nella nostra vita con uno strano ingombro: siamo portatori di vite altrui consegnate da coloro che hanno scelto noi per custodirle. Diventiamo depositari di tanti segreti, dei desideri più bizzarri e incomunicabili, di personaggi impresentabili: questa conoscenza così intima delle forme attraverso le quali l’animo umano può esprimersi è una vera ricchezza». (Starace 2025, 83). Lavoriamo con tutto questo, osservando l’umano che si dispiega nelle sue trame e nelle sue forme più peculiari ed è in questo legame intimo con noi, nella cura, che tentiamo di accogliere quelle ferite e riparare, per quanto possibile, legami infranti.
Siamo spazio disponibile per la materia umana, nella quale entriamo e della quale siamo immersi, con fatica, con sofferenza, con impaccio molte volte ma sempre con rispetto. Ciascuno disegna la propria storia e ciascuno ha la sua modalità di esistere. Sono infiniti gli elementi che ci spingono a formare rappresentazioni mentali, articolano fantasie, narrano storie personali che sono in quell’articolato e vastissimo spazio tra la realtà e la fantasia, questo è la densa materia prima di cui siamo fatti e di cui occorre prendersi cura.
Questo è l’augurio a tutti, la speranza di tutti, l’anelito di ciascuno di noi: trovare qualcuno che ci sia, rispettoso della nostra presenza, del nostro “ingombro” e anche del nostro “disturbo”.
Questa cura del legame ritengo sia più urgente, più necessaria e più importante per preservare l’umano e la materia che lo sostanzia che ci dà forma e verità.






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