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    Dott. Luigi Antonio Perrotta
    PSICOTERAPEUTA - PSICOANALISTA

     

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Creatività della psicoanalisi

Aprile 4, 2024

Dott. Luigi Antonio Perrotta

Un nuovo modo di intendere e trattare la sofferenza mentale

 Introduzione storico-critica

Come sappiamo, è a partire dall’isteria che Freud riuscì a sviluppare le prime teorizzazioni psicoanalitiche e ad organizzare l’iniziale architettura della mente e del suo funzionamento, tant’è che l’isteria è classicamente considerata la nevrosi, anzi, l’origine stessa della psicoanalisi, se infatti una della prime pazienti isteriche di Freud, Emmy von N, con il suo famoso “non mi tocchi, stia zitto”, rivolta al medico viennese, riuscì ad imporre il suo discorso, mettendo di fatto lo stesso Freud nella posizione di colui che ascolta ciò che il paziente ha da dire e dunque nella posizione dello psicoanalista. Fu dunque la capacità di Freud di accogliere il discorso della paziente, rinunciando ad imporvi il suo, ad implicarlo nell’inconscio.L’isterica, producendo sintomi che sembravano scardinare il sapere accademico dato, poneva lo sguardo della ortodossia medica ottocentesca di fronte al suo limite: «la natura del sintomo isterico si presentava come la chiave di lettura di una dimensione rappresentazionale-simbolica non riducibile al “referente organico” in sé e per sé né risolvibile in termini di rinuncia a una spiegazione scientifica unica» (Funari, E. 1988, 7). La medicina, allora come oggi, nell’affrontare questo genere di patologie, si orienta ed organizza seguendo le “regole” e la “logica” che le sono proprie: decentrare il soggetto cercando sintomi e segni, secondo un paradigma interamente costruito sulla presenza, su ciò che “c’è” in termini di disfunzioni. La psicoanalisi, invece, accettando di ascoltare il discorso del paziente, accettazione che ben presto diventerà prescrizione della regola fondamentale di dire tutto, ma proprio tutto quello che passa per la mente, orienterà sempre più il suo intervento alla ricerca di ciò che manca, di ciò che il paziente omette, nel tentativo di riportarlo nel discorso e renderlo presente alla coscienza. La psicoanalisi apre dunque le porte al rimosso, che ritorna sotto la forma di quadri clinici che si caratterizzano per il fatto di apparire “inspiegabili” e non “collocabili” secondo la logica medica. La psicoanalisi offre spazio e attenzione al discorso frammentante e frammentato dell’inconscio e attraverso la sua integrazione ritorna al soggetto, ponendolo al centro della sua cura.
L’inconscio freudiano offre la possibilità di significare l’insignificanza del sintomo e della sofferenza, collocando un senso lì dove la scienza medica non vedeva che insensatezza. Sottraendolo alla coscienza, l’isteria converte sul corpo il senso dei sintomi che la caratterizzano, istituendovi il luogo della rappresentazione simbolica dei conflitti inconsci. (Errico, Perrotta, 2013)

Se ci pensiamo, la psicoanalisi stessa nasce da un decentramento che muta completamente la visione sull’uomo e sulla sua sofferenza. Freud, all’interno della cornice sociale del suo tempo, inventa e introduce uno specifico quadro terapeutico (Khan 1979) entro il quale si creano i presupposti per sviluppare un processo di conoscenza e cura. Vi è un decentramento nella stessa relazione terapeutica, dove la posizione del paziente – la sua presenza nel campo analitico – si diversifica profondamente dalla sua collocazione nel rapporto medico-paziente nella psichiatria dell’800. Anche la posizione della coscienza si decentra, introducendo la logica e la presenza dell’inconscio.

In definitiva possiamo precisare che la grande sfida di Freud è stata quella di accogliere la presenza, già nota da tempo all’arte e alla filosofia, dell’Inconscio, studiandolo sistematicamente, consapevole di dover creare un nuovo metodo esplorativo-conoscitivo che consentisse «l’inserimento di realtà multidimensionali inconsce nella tridimensionalità della logica razionale» (Di Benedetto 1996, 134).

Il valore del sintomo

 L’importante merito di Freud è stato quello di ampliare l’esplorazione della psiche umana ed organizzare un metodo di analisi della dimensione inconscia. Anche l’approccio alla sofferenza si è trasformato, insieme al modo di intendere i sintomi, visti non solo come problematicità, “inciampi” da eliminare, bensì come espressioni di un dinamismo psichico più ampio e complesso.

«Noi non vogliamo semplicemente descrivere e classificare i fenomeni, ma concepirli come indizi di un gioco di forze che si svolge nella psiche, come l’espressione di tendenze orientate verso un fine, che operano insieme o l’una contro l’altra. Ciò che ci sforziamo di raggiungere è una concezione dinamica dei fenomeni psichici»

(S. Freud, Introduzione alla psicoanalisi)

Questo aspetto evidenzia la principale differenza che Freud apporta al modello psichiatrico classico. Quest’ultimo si orienta alla classificazione e dunque alla realizzazione di una diagnosi categoriale. L’interesse della psicoanalisi è andare oltre per comprendere la dinamicità del sintomo e delle sue determinanti.

L’interesse di Freud era quello di comprendere la persona che porta il sintomo, costruire un senso della sofferenza e le sue possibili cause. Il significato del sintomo, quindi, per la psicoanalisi è di grande importanza, poiché è analizzando le dinamiche che generano il sintomo, si amplia la personalità del paziente, lo si porta a scoprire le ragioni implicite, latenti, inconsce, per cui si comporta in un certo modo, soffre in quel modo, e per cui ci sono quei sintomi, spesso incomprensibili e non riconducibili ad un “perché” secondo la logica lineare di “causa-effetto”.  Il soggetto è implicato nella sua stessa cura.

Il sintomo: esplorazioni originarie Cenni al caso di Dora

Come sottolinea la Mc Williams, la psicoanalisi si è sviluppata nell’ambito della nascente psichiatria descrittiva utilizzandone inevitabilmente il linguaggio ma adattandolo e trasformandolo, per merito del suo orientamento psicodinamico e della sua metodologia clinica centrata sulla relazione, in una concezione autonoma della diagnosi, dei sintomi e della cura dei pazienti[1]. Il sintomo in un’ottica psicoanalitica è – come ogni altro prodotto dell’inconscio – un elemento che trova il suo significato d’essere all’interno della relazione analitica stessa. Il grande merito di Freud è stato infatti quello di concepire il sintomo in una direzione del tutto diversa da quella della psicopatologia descrittiva. I sintomi non sono soltanto alterazioni oggettive dello stato normale, e nemmeno soltanto condizioni che si sono evolute in rapporto a specifici processi patogeni, ma sono indizi del ritorno del rimosso sia sottoforma di difesa sia sotto forma di formazione sostitutiva. I sintomi sono espressione delle difese patologiche messe in atto, ma sono anche simboli, nel senso che stanno al posto dell’inconscio per rappresentarlo indirettamente[2]. Come sottolinea Winnicott, in linea con quanto affermato da Freud, il sintomo sta al posto di qualcos’altro, è una forma di comunicazione a cui il lavoro analitico deve dare senso e significato, il clinico deve saper interpretare il sintomo per sollevare i conflitti inconsci rimossi e le difese che l’hanno determinato e prodotto. In particolare al sintomo isterico, come scrive Freud, Dora, continuando a tossire, si lamentava con esasperante monotonia del comportamento di suo padre; mi convinsi così che questo sintomo doveva in qualche modo essere legato alla sua figura. […] Secondo una regola che ho continuamente verificato nella prassi, ma ancora non mi sento di elevare a principio generale,  un sintomo sarebbe la rappresentazione – la realizzazione – di una fantasia a contenuto sessuale, che è come dire: “significa” (cioè “riferire”) una situazione sessuale; sarebbe più corretto dire che uno dei significati del sintomo è la rappresentazione di una fantasia sessuale ma che non si può limitare la sua possibilità di esprimere altri significati di diverso contenuto[3].

I dinamismi che sostengono la formazione del sintomo vanno esplorati nel lavoro analitico, perché lì dove c’è assenza di rappresentazione, perché rimossa, và offerto un significato. Il sintomo manifesta il disagio e il lavoro sottostante per proteggere il paziente dall’incursione della rappresentazione dolorosa e inaccettabile.

Non si cerca la “verità assoluta” di cui l’isteria fa esperto l’altro per poi farlo cedere palesandone l’insufficienza, ma la verità particolare di quel soggetto e dei contenuti rimossi dalla coscienza che solo in quanto soggetto detentore di quei contenuti può far emergere rispondendo al senso e significato della sua malattia. La fantasia rimossa, come nel caso di Dora, significato di una relazione tra il padre e la signora K., ancor più profondo il desiderio irrappresentabile di natura incestuosa da parte di Dora nei confronti del padre che sistematicamente, nella realtà, la sostituiva alla signora K., è stato sostituito dal significante sintomatico della costellazione di sintomi che la ragazza presentava. Lì dove c’è il sintomo, parola vuota di rappresentazione rimossa, va significantizzato, e interposta l’elaborazione del materiale e degli affetti rimossi e inaccettabili. Cos’è inaccettabile? La fantasia incestuosa, l’attività sessuale e il desiderio? Oltre la fantasia di natura incestuosa rivolta al padre, qual è quel desiderio nascosto da questo stesso desiderio che Freud non riuscì a cogliere nel transfert della relazione analitica, determinando l’abbandono prematuro del trattamento? Secondo la reinterpretazione di Lacan, Dora portava Freud in una dimensione emotiva interna, per cui controtransferalmente credeva che Dora facesse un transfert erotico con lui che richiamava il transfert erotico rivolto al padre. Ma il transfert di Dora era nei confronti della signora K in quanto attitudine omosessuale. Questa omosessualità, caratteristica peculiare del quadro isterico, non è un’omosessualità strutturale bensì un punto di identificazione in cui Dora si pone dal vertice del signor K interrogando la signora K su cosa sia la femminilità, su cosa sia una donna, il vero dilemma irrisolto appunto, su cosa sia esplicativo del trauma primigenio della differenza anatomica dei sessi, elemento percettivo in-elaborabile per l’isterica che rimuove la questione irrisolta ponendo la stessa possibilità di risoluzione nell’Altro.

Relazione di cura e cambiamento della prospettiva medico paziente

Autorità e posizionamenti

Un analista che non è capace di mettere a rischio la sua autorità, è sicuro che la perderà. (Carl Gustav Jung, Opere Vol. 18)

C’è una differenza sostanziale nella posizione assunta da uno psicoanalista e da un medico. Una posizione, un posizionamento differente e peculiare. L’analista viene investito di autorità: il soggetto supposto sapere (Lacan) e il suo lavoro è proprio quello di sottrarsi da quell’autorità. In questo modo, gradualmente, sarà il paziente a diventare – transitando per una normale e fisiologica dipendenza – autorità di sé stesso, del suo desiderio. Lo psicoanalista, diversamente dal medico che fonda molta della sua azione terapeutica su quell’autorità: “lo ha detto il medico”, lavora per perdere l’autorità che gli si attribuisce. L’analisi finisce quando l’analista non è più investito dall’autorità fantasmatica del paziente, del transfert, ma soggetto da cui accomiatarsi in quanto soggetto riconosciuto esperto ma soggetto distinto e distinguibile e non più adombrato dal transfert del paziente che lo pone al posto del “conoscitore” del proprio desiderio.

Posizione impossibile

Quello dello psicoanalista è una professione che implica stare in una posizione complessa, sotto il peso e l’onore del transfert, che ci divora. Nessuna professione implica una posizione come questa, non è solo impegnativa (tante professioni sono impegnative e di grande responsabilità come questa) ma è la specificità della posizione in cui il nostro essere psicoanalisti ci pone, sotto, dentro, all’ombra del transfert, sempre nei panni di qualcuno che non siamo e da lì lavorare per essere soggetti che soggettivano anche il paziente, questo rende la professione dello psicoanalista impossibile come nessun’altra

Come sostiene Masud Khan (1979) «Freud procurò all’umanesimo il suo primo laboratorio: la situazione analitica. Non inventò nulla di più grande di questa situazione umana unica, ove una persona può esplorare il significato e la realtà da lui vissute mediante una relazione con un’altra persona, senza diventare tuttavia oggetto di un’intrusione o di una manipolazione che non corrisponde al suo Sé e alla sua scala di valori. […] L’aspetto rivoluzionario (continua Khan) del contributo di Freud alla psicoterapia è in questa importanza concessa all’intimità del rapporto e al tempo. Nel mondo in cui viviamo ognuno cerca di barare con il tempo, e nessuno sa perché. Ma io credo che per fare bene la psicoterapia si deve imparare in prima persona che cosa comporti reggere una persona in analisi […]» (1979, 121-122) aggiungerei, sentire l’altro, tenerlo in uno spazio e in un tempo capaci di dare spazio alla soggettività particolare di quell’individuo altrettanto particolare e specifico.

Quadro terapeutico di Freud

Jean Poullion (1970) definisce il rapporto medico-paziente-malattia nel quadro sociale in cui si svolge, partendo da società primitive. Questo rapporto è il “triangolo terapeutico” ai cui angoli troviamo il “male”, il paziente e il medico/il curante. La complessa relazione tra questi elementi e il loro dinamico influenzarsi definisce la dinamica stessa del “triangolo terapeutico” che, Poullion, attraverso i suoi studi, mostra chiaramente come muti con il mutare del quadro sociale di riferimento.

Il concetto della cura, l’originalità della cura psicoanalitica. Freud ha isolato il paziente dal suo “quadro sociale” per collocarlo nel quadro terapeutico della situazione analitica. Il quadro terapeutico inventato da Freud facilita dei processi che inducono entrambe le parti interessate a quella sospensione volontaria dell’incredulità che rende la partecipazione e la non partecipazione di ciascuno un’esperienza valida, arra ad accrescere la consapevolezza e la conoscenza profonda di sé.

Sintomo à quadro terapeutico analitico in cui il paziente viene “alienato” per permettergli di trovare il suo linguaggio e dare risposta e senso al proprio sintomo à Riconoscimento della specificità della malattia del paziente ma dell’universalità dell’esperienza della sofferenza umana

Quando Freud si presentò sulla scena psichiatrica, verso la fine del secolo diciannovesimo, trovò che il paziente psichiatrico era trattato più spesso come una specie di feticcio sociale o sopportato come una calamità familiare. Quando Freud isolò questo paziente potenziale nel suo quadro terapeutico, ciò che emerse fu una situazione terapeutica senza precedenti nella storia dell’esperienza umana. Nel quadro della situazione analitica, analista e paziente erano fenomeni sconosciuti l’uno a l’altro, non v’era alcuna tradizione di simboli da entrambi condivisi che potesse aiutarli a entrare in rapporto l’uno con l’altro, e Freud rispettò questo paradosso. Con questa azione Freud ottenne tre effetti:

  • Accetto l’identità di ammalato del paziente in un modo che era valido per il paziente stesso anche se incomprensibile per chiunque altro
  • Fece nascere la speranza di trovare un nesso tra la sofferenza specifica di quel paziente e una comprensione che potesse essere generale. Se da un lato la malattia di ciascun paziente è unica in termini della sua esperienza personale, tuttavia è composta da elementi comuni a tutte le esperienze umane
  • Cambiò l’intero orientamento della cura medica-psichiatrica. La malattia non è più “un corpo estraneo” di cui liberare il paziente ma trova senso, specificità e può essere spiegata integrandosi nel funzionamento totale della personalità del paziente (Masud Khan, 1979)

Negli ultimi anni la situazione è radicalmente mutata; il perfezionamento del quadro terapeutico di Freud, e il fatto che comprendiamo come esso funziona, ci hanno permesso di prendere in cura casi in cui si richiede all’analista di partecipare alla malattia del paziente molto più intimamente che non nella situazione analitica originaria e classica

Per introdurci in questo quadro terapeutico, pertanto, l’analista, in quanto variabile del campo a lavoro, deve sottoporsi ad un’analisi personale, comprendendo che l’analisi della dialettica transfert-controtransfert e l’analisi della propria contro-traslazione, è un elemento cruciale per cogliere i posizionamenti interni del paziente ed essere incisivamente trasformativi:

Freud, già nel 911-14 in “Tecnica della Psicoanalisi” scriveva:

“[…] il medico deve mettersi in condizione di utilizzare tutto ciò che gli viene comunicato ai fini dell’interpretazione e del riconoscimento del materiale inconscio celato, senza sostituire alla rinuncia di scelta da parte del malato una propria censura […] egli (il terapeuta) deve rivolgere il proprio inconscio come un organo ricevente verso l’inconscio del malato che trasmette; deve disporsi rispetto all’analizzato come il ricevitore del telefono rispetto al microfono trasmettitore. Come il ricevitore ritrasforma in onde sonore le oscillazioni elettriche della linea telefonica che erano state prodotte da onde sonore, così l’inconscio del medico è capace di ristabilire a partire dai derivati dell’inconscio che gli sono comunicati, questo stesso inconscio che ha determinato le associazioni del malato. Ma se il medico dev’essere in grado di servirsi in questo modo del suo inconscio come di uno strumento per l’analisi, egli stesso deve soddisfare in ampia misura una condizione psicologica. Non deve tollerare in sé stesso resistenza alcuna che allontani dalla sua coscienza ciò che è stato riconosciuto dal suo inconscio-, egli indurrebbe altrimenti nell’analisi una nuova specie di scelta e di deformazione, che sarebbe di gran lunga più nociva di quella provocata dalla tensione della usa attenzione cosciente. Non basta a questo fine ch’egli stesso sia una persona pressappoco normale; piuttosto è lecito esigere ch’egli si sia sottoposto a una purificazione psicoanalitica e abbia acquisito nozione di quei complessi personali che sarebbero atti a disturbarlo nella comprensione di quanto gli viene offerto dall’analizzato. Non si può ragionevolmente dubitare dell’effetto squalificante di simili deficienze personali; ogni rimozione non risolta del medico corrisponde, secondo un’indovinata espressione di Wilhelm Stekel, a una macchia cieca nella sua percezione analitica […]”

Evoluzioni del quadro terapeutico originario

Cos’è la Psicoanalisi?

Per dare una prima risposta, dunque, partiamo dal passato, dalla definizione che Freud, padre della Psicoanalisi, ha organizzato per la forma di sapere e cura che definisce con il nome di Psicoanalisi:

  1. Un metodo di esplorazione di processi psichici altrimenti non conoscibili, ignorati dalla coscienza. Perché inconsci.
  2. Una teoria del funzionamento mentale che si fonda sul metodo che le è proprio. Una teoria costruita sull’esperienza clinica ed empirica.
  3. Una cura, dunque una terapia, dei disturbi mentali.

La Psicoanalisi utilizza il metodo delle libere associazioni e lo strumento dell’interpretazione per consentire al paziente di ampliare la storia del proprio malessere e inserire la sua “stringa-sintomo” in un discorso più ampio all’interno del quale e attraverso il quale emergono i fantasmi inconsci più profondi che l’analista interpreta per consentire un ampliamento della conoscenza del paziente su sé stesso. Questo lavoro consente di legare materiale, che non è sotto la “luce” della coscienza, attraverso un continuo passaggio dal qui ed ora della situazione presente, al lì e all’allora della situazione passata. In questo processo il conflitto si libera dall’unica forma e modalità che ha per esprimersi: il sintomo o le varie costellazioni patologiche di cui il paziente soffre e acquisisce un significato maggiore e più pensabile.

Freud si allontana dall’uso della suggestione ipnotica per strutturare questo metodo che è insieme esplorativo e terapeutico che apporta trasformazioni strutturali profonde e durature nella personalità del paziente. Dunque la Psicoanalisi è, nel suo complesso impianto, una terapia che cura conoscendo e da questa conoscenza deriva le sue ipotesi rispetto al funzionamento mentale che osserva nella clinica.

Transfert?

Punto centrale della Psicoanalisi è il transfert. Freud non lo “scopre” subito, né riesce sin dall’inizio a comprenderne l’importanza – anzi inizia col considerarlo un ostacolo alla terapia – a scapito di alcuni pazienti, ma col tempo il transfert – ovverosia il trasferimento sull’analista, neutrale, delle costellazioni interne e relazionali del paziente – diventa il fulcro della terapia Psicoanalitica.

Una precisazione va offerta al concetto di neutrale, spesso distorto a favore di attribuzioni come “freddo e distaccato”, rispetto alla figura dell’analista. Come precisa Kernberg, “neutralità tecnica non significa indifferenza, distacco rispetto alle tematiche che emergono in analisi […] non significa che l’analista sia freddo e non umano, o che funzioni come uno specchio, significa unicamente che i suoi interventi sono tecnicamente neutrali […]”. L’analista prova ad offrire il suo peculiare spazio mentale per accogliere il paziente con la sua storia; l’analista si fa foglio (senza escludere le peculiarità del suo essere foglio) sui cui il paziente trascrive la sua storia.

La Psicoanalisi si fonda sull’analisi e sulla risoluzione del transfert, attraverso il metodo delle libere associazioni, utilizzando un setting (lettino, più sedute a settimana) che favorisca lo stabilirsi dello stesso transfert che si vuole analizzare, con la tecnica dell’interpretazione e dell’astinenza neutrale dell’analista. Il setting (lettino o vis à vis) non è dirimente per definire la Psicoanalisi dalla Psicoterapia Psicoanalitica ma è un aspetto sicuramente centrale che favorisce il lavoro stesso, e il tipo di setting è comune ad entrambe.

Cambiamenti e trattabilità

Freud, agli esordi della psicoanalisi, faceva una distinzione tra pazienti trattabili e non trattabili proprio sulla base della possibilità, da parte del soggetto, di realizzare un transfert (che implica particolari processi psichici e dunque un certo livello di funzionamento mentale: tra i processi difensivi utilizzati compaiono, la proiezione, lo spostamento, la coazione a ripetere). I pazienti più gravi: i cosiddetti pazienti con problematiche narcisistiche, pazienti psicotici, schizofrenici, non erano considerati in grado di fare transfert, cioè di entrare in una relazione terapeutica perché il loro disinvestimento dalla realtà è elevato e questo, agli albori della Psicoanalisi, sembrava essere un elemento che precludeva loro la cura psicoanalitica.

L’evoluzione del concetto di transfert, gli studi successivi sul narcisismo, sulle psicosi, hanno consentito un ampliamento teorico importante e hanno aperto la via alla trattabilità di questi pazienti permettendo, attraverso modificazione tecniche, di accedere a problematiche prima non trattabili.

Non solo aspetti legati alla psicopatologia ma anche il cambiamento della cultura, del modo di presentare ed elaborare la domanda di aiuto da parte dei pazienti, hanno aperto notevoli riflessioni rispetto alla cosiddetta “ortodossia psicoanalitica”.

Inizialmente il concetto stesso di transfert era limitato e anche la tecnica psicoanalitica si limitava all’analisi e alla cura dei disturbi nevrotici di soggetti adulti.

Col tempo lo spazio psicoanalitico si è ampliato. Non solo rivolta agli adulti, la clinica si è affacciata al mondo dell’infanzia – da qui le nutrite discussioni tra Melanie Klein e Anna Freud, rispetto all’analizzabilità o meno dei bambini – la Psicoanalisi si è addentrata in ben altre questioni sia in riferimento al target: adulti, bambini, gruppi, coppie sia rispetto alle questioni psicopatologiche: nevrosi, psicosi, disturbi della personalità, disturbi psicosomatici.Ampliando le aree di intervento a questioni cliniche diverse, si è costretti ad interrogarsi su inevitabili cambiamenti degli aspetti tecnici.

Psicoanalisi e Psicoterapia Psicoanalitica

La Psicoterapia Psicoanalitica è una cura psicologica che, come la Psicoanalisi, si fonda sulla teoria estrapolata dal metodo. Assume come proprio il metodo delle libere associazioni, quello del setting (lettino o vis à vis), con la tecnica dell’interpretazione. Entrano in scena anche interventi di sostegno o di confrontazione, (Psicoterapia Psicoanalitica di sostegno) non direttamente interpretativi del transfert in senso stretto. Trovandosi a trattare anche pazienti molto gravi non è esclusiva l’analisi e la risoluzione del transfert e il setting può subire modificazioni importanti, rispetto all’assetto classico, per consentire lo spazio più “comodo” per un certo tipo di pazienti (particolarmente gravi ai quali è impossibile la sottrazione dello sguardo così come avviene per il lettino; o che potrebbero non tollerare una relazione particolarmente forte con più sedute settimanali).

Cosa possiamo dire rispetto a queste precisazioni?

È evidente che alla cura si affacciano scenari che vanno ben oltre i riduzionismi teorici o di partito.

I livelli di interpretazione, sostegno, astinenza o di costruzione del setting più adeguato per quel tipo di paziente, sono questioni che si attraversano e si intrecciano sia se parliamo di Psicoanalisi sia se parliamo di Psicoterapia Psicoanalitica. In un processo di cura analitica diversi livelli si attraversano, potremmo dunque parlare di momenti psicoanalitici quanto di momenti psicoterapeutici.

Alcune questioni affrontate rispetto alla differenza tra psicoanalisi e psicoterapia psicoanalitica possono essere così sintetizzate:

  • Alcuni ne sottolineano la differenza rispetto alla sola tecnica interpretativa esplorativa che sarebbe, se non esclusiva, quantomeno predominante nella Psicoanalisi, diversamente da un’attenzione rivolta meno all’esplorazione quanto al raggiungimento della cura e risoluzione del conflitto o al sostegno del deficit (ricostruzione), per la Psicoterapia Psicoanalitica. Questa differenza influenzerebbe anche la tipologia di pazienti, prevalentemente nevrotici, in grado di sostenere il lettino e una frequenza elevata di sedute settimanali, per la Psicoanalisi; quanto l’accesso a pazienti più gravi, come gli psicotici, nella Psicoterapia Psicoanalitica, per cui non è immediata la possibilità di utilizzare lo strumento interpretativo come strumento esclusivo nella relazione clinica.
  • Altri invece sottolineano che le differenze sono inesistenti in quanto in ogni cura Psicoanalitica si attraversano momenti psicoanalitici (esclusiva interpretazione del transfert, da momenti di psicoterapia che offre un bilanciamento diverso tra cura ed esplorazione e, pur considerando il transfert in azione non sempre lo interpreta né riconduce ogni espressione del paziente nell’orizzonte del transfert e nel lì e nell’allora della sua storia).

C’è chi definisce non Psicoanalisi ma Psicoterapia Psicoanalitica ogni impostazione di lavoro che non si orienti all’interpretazione come unico strumento di analisi ma inserisce anche aspetti di sostegno e rinforzo dell’Io piuttosto che frustrazione e astinenza tecnica. E chi considera questa “variazione” un aspetto peculiare della stessa Psicoanalisi che può essere tenuto a mente ma “temporaneamente” sospeso in situazioni di intervento diverse. In ogni caso i due aspetti si mescolano in proporzioni differenti in ogni processo di cura.

La differenza tra Psicoanalisi e Psicoterapia Psicoanalitica è una questione sempre meno dibattuta e discussa nelle società internazionali, consapevoli dei diversi livelli di lavoro che si intrecciano nel medesimo processo clinico, sottolineando la mobilità del terapeuta di adeguarsi alla particolarità del caso e calibrare interventi e il suo assetto nella relazione con il paziente.

Un esempio rappresentativo potrebbe essere proprio quello della Psicoanalisi infantile. Abbandonando il lettino e le libere associazioni a favore del gioco e della libertà di movimento – come modalità che il bambino ha di esprimere, rappresentare o agire i fantasmi del suo mondo interno – come si definisce questa variazione: “non Psicoanalisi” oppure un’evoluzione, nel rigoroso rispetto della teoria psicoanalitica, che consente applicazioni diverse del sapere e della teoria psicoanalitica?

L’ulteriore problema deriva anche dalla crescente frammentazione della stessa teoria con l’enfasi su alcuni aspetti piuttosto che su altri.

In ogni caso gli elementi costitutivi la cura psicoanalitica possono essere ricondotti ad una specifica teoria del funzionamento mentale derivata dall’esplorazione dei processi inconsci; all’attenzione offerta alle particolari dinamiche transferali e controtransferali che si muovono nella relazione di cura; infine all’attenzione allo strutturarsi del setting come spazio fisico e mentale in cui tutti gli elementi trovano possibilità di emersione e pensiero.

Le Psicoterapie Psicodinamiche?

Le cose diventano ancora più fitte se consideriamo, invece, tutte quelle forme di psicoterapia che, pur non rifacendosi strettamente alla teoria psicoanalitica, né considerando centrale il transfert e il controtransfert e l’assetto tecnico specifico sopra accennato, tengono a mente comunque una prospettiva dinamica dei processi psichici all’interno della relazione terapeutica. La nomenclatura “psicodinamica” si è affacciata nell’ambito della Psichiatria per intendere quel respiro offerto alla Psichiatria di stampo biologista che iniziò a tenere conto degli aspetti dinamici della mente e del suo funzionamento a più livelli e non più solo schiacciato sul biologico. Le Psicoterapie Psicodinamiche accorpano a sé altri aspetti teorici e tecnici che non si riferiscono necessariamente alla teoria psicoanalitica bensì anche ad altri orientamenti teorici. Propongono un lavoro che può anche non prevedere affatto il ricorso alla tecnica, al metodo, alla teoria o al setting psicoanalitici, pur tenendo presente, però, la complessa e profonda mobilità dei contenuti psichici e dell’aspetto dinamico degli stessi.

Leggere Freud: scienza e letteratura

«La lettura e l’uso degli scritti di Freud è uno dei nostri compiti più ardui. […] La difficoltà risiede nel fatto che Freud ha creato una nuova dimensione di pensiero e di linguaggio, e che la pigra e grossolana familiarità di oggi con alcuni dei suoi concetti ostacola piuttosto che facilitare una lettura autentica dei suoi testi. Sarebbe possibile comprendere maggiormente la complessità che la lettura di Freud pone, per il fatto che occupa un territorio tra l’opera letteraria vera e propria e la dissertazione scientifica» (M. Khan). È importante fare riferimento a due aspetti della cultura della conoscenza.

Nel primo aspetto i contenuti appresi dall’esperienza si sedimentano e si incorporano a quelle successive rendendo lecito l’interrogativo: è necessario in questo caso leggere un lavoro originale di un autore del passato? «Nessuno scienziato nucleare studierebbe oggi le ricerche di cinquanta anni fa. La loro sostanza è stata tutta assorbita nel sapere comune, nei libri di testo, negli articoli contemporanei, nel presente vivente» (Lord Snow).

L’altra cultura ha un rapporto differente con il proprio passato, più ampio e multiforme. Le opere non possono essere semplicemente incorporate nel presente. «Prendiamo Shakespeare e Tolstoj. Chiunque aderisca alla cultura “umanistica” deve leggere le opere di questi autori così come sono state scritte, esse non possono trapassare nel pensiero collettivo» (Lord Snow).

Lo sforzo importante, però, sarebbe quello di «considerarle infatti sotto due aspetti e percepire, come meglio possiamo, sia ciò che significavano nel momento in cui sono state scritte, sia ciò che significano oggi» (Lord Snow). Questa differenza tra le due culture ci aiuta a tenere a mente la difficoltà della lettura di Freud. «Per quanti progressi si siano fatti nella scienza della psicoanalisi, nulla potrà mai sostituire la lettura di Freud stesso […] Oggi si può leggere creativamente Freud solo inquadrandolo nella ricerca contemporanea» (M. Khan 1979).

«La morale di tutto questo è che si deve leggere Freud in una doppia prospettiva: storica, con riferimento al suo testo; contemporanea, con riferimento a tutti gli sviluppi avvenuti da allora. La psicoanalisi è una scienza in sviluppo ed è molto cambiata da Freud in poi» (M. Khan 1979). Leggere Freud, dunque, rappresenta un esercizio di crescita creativa e sensibile, che offre la possibilità per creare dentro di sé quello spazio in grado di accogliere le multiformi lingue con cui la medesima esperienza cerca di narrare sé stessa. La lettura di Freud, ancora, concorre a costruire quella lente raffinata che, pur storicizzandola, prova a seguire le complesse modalità con cui la condivisa esperienza di sofferenza umana si radica nell’uomo e nella sua storia.

Competenze, disposizione – interna ed esterna – dell’analista:

  • Valutazione globale e dinamica della persona, dei suoi aspetti psicopatologici, ma anche delle risorse utili per lo sviluppo del lavoro.
  • Esplorazione della dimensione e dei processi inconsci.
  • La peculiarità dell’ascolto dell’analista e del funzionamento della mente del terapeuta: ascolto, rêverie (Bion, Ogden), attenzione liberamente fluttuante (Freud), interpretazione.
  • Capacità di accogliere le comunicazioni e gli atti del paziente con più livelli di significazione possibile, il riferimento è al manifesto, latente, relazionale, intrapsichico, transgenerazionale.

“Lo scopo principale è mostrare ai lettori come parla il disagio psichico, la natura profonda della sofferenza e l’importanza della cura attraverso le parole e la relazione. Al contempo intendo mostrare come ascolta la psicoanalisi, una peculiare qualità dell’attenzione, sempre volta a ciò che non è presente, a ciò che è sotto il discorso, tra le parole, dietro i fatti” (Cotrufo P., Zoe, Mia madre odia le carote. Corrispondenza psicoanalitica tra sconosciuti. Anoressia, corpo, sessualità – Mimesis Edizioni 2016)

  • Significato e pregnanza del setting, capacità di costruzione del setting e la sua complessa funzione, fisica e mentale, nel processo di cura.
  • Capacità di analisi e adeguata restituzione interpretativa dei livelli transferali e controtransferali che si mobilitano nella relazione.
  • Capacità di costruire uno spazio relazionale in grado di accogliere la storia del paziente e di sintonizzarsi sui modi con cui la sua sofferenza si esprime, avviando delle trasformazioni importanti nell’esperienza di vita della persona che chiede aiuto.

 

Bibliografia e letture suggerite

Bion W.R. (1963). Gli elementi della Psicoanalisi. Roma, Armando Editore, 1973.

Bion W.R. (1965). Trasformazioni. Il passaggio dall’apprendimento alla crescita. Roma, Armando Editore, 1973.

Bion W.R., (1972). Apprendere dall’esperienza. Roma, Armando Editore, 1990.

Bollas C. (1999). Il mistero delle cose. Milano, Raffaello Cortina Editore, 2001.

Conrotto, F. (2000). Tra il sapere e la cura. Un itinerario freudiano. FrancoAngeli, Milano.

Di Benedetto A. (1996). La musica segreta al confine corpo-mente. In Il segreto e la psicoanalisi (a cura di) Ciambelli M., Oneroso F., Pulli G. Napoli, Idelson-Gnocchi Editore, 1996.

Di Benedetto A., La sublimazione nella prospettiva di Bion e Matt Blanco. In: Rivista di psicoanalisi, 1993a, XXXIX; 1.

Errico T., Perrotta L. A., Il discorso isterico: atto di fondazione dell’inconscio. Riflessioni su un paradosso sovversivo, (pagg. 33-54) in Rivista di Psicoterapia Psicoanalitica, “Isteria e Psicosi” (tema del numero), Anno XX, N. 2 – Gennaio-Dicembre 2013, Edizioni Borla.

Ferraro F. – Nunziante Cesaro A. (1985) Lo spazio cavo e il corpo saturato. Angeli, Milano.

Freud S. (1901). Frammento di un’analisi di isteria (Caso Clinico di Dora). OSF Vol. IV. Torino, Bollati Boringhieri Editore, 1967-80.

Freud S. (1905). Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio. Opere Vol. 5, Boringhieri, Torino, 1967 – 1987.

Freud S. (1909). Cinque conferenze sulla psicoanalisi. Opere Vol. 6, Boringhieri, Torino, 1967 – 1980.

Freud S. (1913). L’interesse per la psicoanalisi. Opere Vol. 6, Boringhieri, Torino, 1967 – 1980.

Freud S. (1913). Totem e tabù. Opere Vol. 6, Boringhieri, Torino, 1967 – 1980

Freud S. (1927b). L’umorismo, In Saggi sull’arte, la letteratura e il linguaggio. Boringhieri, Torino, 1969.

Freud S. (1932-33). Introduzione alla psicoanalisi (nuova serie di lezioni). Opere Vol. 11 Boringhieri, Torino, 1967 – 1980.

Freud, S. (1905) Frammento di un’analisi d’isteria, Il caso di Dora. O.S.F., vol. IV.

Freud, S. (1907) Comportamenti ossessivi e pratiche religiose. O.S.F., vol. V. 

Freud, S. (1929) Il disagio della civiltà. O.S.F., vol. X.

Funari, E. (1988) Contestualità e specificità della psicoanalisi. In Semi, A. A. (a cura di) Trattato di Psicoanalisi. Raffaello Cortina Editore, Milano.

Gaddini E. Una nota sui processi creativi. Rivista di psicoanalisi. Anno XXI gennaio-dicembre. Roma, Il pensiero Scientifico Editore, 1975.

Jones E. (1922). Lettera di Freud a Schnitzler del 14 maggio 1922, In: Vita e opere di Freud, Vol. III. Milano, Garzanti Editore, 1977.

Jung C. G., Gli archetipi dell’inconscio collettivo, Boringhieri, Torino, 1982.

Jung C. G., Psicologia e poesia, Boringhieri, Torino, 1988.

Jung, C. G., (1929). Scopi della psicoterapia. Opere, vol. 16. Boringhieri, Torino, 1980.

Jung, C. G., (1950) Simbolismo del mandala. Opere, vol. 9. Boringhieri, Torino, 1980.

Kaufmann, P. (1993) L’apporto freudiano: Isteria. Borla, Roma 1997.

Khan M. (1974). Lo spazio privato del sé. Torino. Bollati Boringhieri Editore, 1979.

Lacan, J, (1955-56) Le psicosi, in Il Seminario, Libro III. Einaudi, Torino 1985.

Lacan, J. (1951) Scritti. Intervento sul transfert. Fabbri Editori, Milano 2007.

Lacan, J. (1956-57) Il seminario. Libro IV. La relazione d’oggetto. Einaudi, Torino 1996.

Lacan, J. (1969-70), Il seminario. Libro XVII. Il rovescio della psicoanalisi. Einaudi, Torino 2001.

Lacan, J. (1972) Del discorso psicoanalitico. In: Lacan in Italia. La Salamandra, Milano 1978.

Mc Williams, N. (1994) La diagnosi psicoanalitica, Astrolabio, Roma 1999.

Nunziante Cesaro, A. (1996) Del genere sessuale, saggi psicoanalitici sull’identità femminile. Alfredo Guida Editori, Napoli.

Ogden T. (2005). L’arte della psicoanalisi. Raffaello Cortina, Milano 2008.

Ogden T. Conversazioni al confine del sogno. Roma, Astrolabio Editore, 2003.

Quinodoz J., (2005) Leggere Freud, Scoperta cronologica dell’opera di Freud, Borla Edizioni.

Serafini P. e AA.VV. (2021). Spazio e tempo nei processi creativi tra psicoanalisi e arte. Sguardi Psicoanalitici. Aracne Rivista. ISSN: 2239-0898.

Starobinski, J. (2007) Introduzione del l’interpretazione dei sogni. Fabbri Editori, Milano 2007.

Winnicott D.W. (1971). Gioco e realtà. Armando Ed., Roma, 1992. 

[1] Nancy Mc Williams, La diagnosi psicoanalitica, Astrolabio Editore, pag 8.

[2] Op. cit. pag. 9-10.

[3] S. Freud, Il caso di Dora, “Chi si interessa del lavoro psicoanalitico scoprirà presto che un sintomo ha più di un significato e che la sua funzione è di rappresentare più processi mentali sincronicamente […]”

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