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    Dott. Luigi Antonio Perrotta
    PSICOTERAPEUTA - PSICOANALISTA

     

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Essere genitori. Essere figli. Dialoghi e pensieri sparsi su genitori, figli e altri “luoghi”

Luglio 27, 2024

Immagine: Giorgio De Chirico, La famiglia del pittore, 1926, olio su tela, cm 115×146, Tate Modern, Londra



Dott. Luigi Antonio Perrotta

  • “Posizione impossibile” – Essere genitori è davvero impossibile?
  • Quando nasce un figlio?
  • I figli non voluti ad esempio?
  • Allattamento – Cosa possiamo dire?
  • Nutristi, un bisogno reciproco? – “Non mi ha mangiato”: chi mangia chi, chi soddisfa il bisogno di chi?
  • Di cosa parliamo quando parliamo di dipendenza, indipendenza?
  • Ambivalenza e complessità – Troppo e/o troppo poco, due criticità da problematizzare
  • Sonno, un altro tema centrale – Si parla spesso di come abituare il bambino al sonno, cosa pensa di queste pratiche che vorrebbero orientare ad una maggiore indipendenza rispetto alla gestione del sonno nel bambino?
  • Figli “perfetti”, figli “bravi” – Bisogni dei figli o dei genitori?
  • Bibliografia, lettura suggerite, sitografia


“Posizione impossibile”
Essere genitori è davvero impossibile?

Diventare genitori è una delle esperienze più complesse, ricche, profonde, impegnative e uniche che la vita possa offrire. Freud nel 1937, nel suo saggio Analisi terminabile e interminabile, passa in rassegna tre posizioni/professioni che definisce “impossibili”. Educare (legata anche all’esperienza genitoriale) e governare sono le prime due, note già da tempo, a cui aggiunge la posizione/professione dello psicoanalista. Posizioni impossibili per la complessità delle variabili implicate; per la specificità e per l’unicità delle esperienze in sè, per i molteplici livelli presenti in ciascuno di questi processi (ci muoviamo in sistemi non lineari complessi). Soprattutto perché ci confrontiamo con esperienze in divenire, in cui non è possibile “un’assolutizzazione” dei risultati ma piuttosto c’è un loro continuo e costante modellamento che tenga conto dell’aspetto dinamico e vivo delle funzioni espresse. “Non si arriva mai” ma si procede sempre, affrontando continuamente momenti diversi. Essere genitori, dunque, significa proprio abitare questa posizione “impossibile”, fatta di variabili infinite, un compito che non può mai essere considerato definitivamente assolto, esaurito, ma è una funzione che ci interroga continuamente, rimaneggiando il passato, il presente e il futuro di ogni genitore. Anche l’appellarsi a regole rigide – “Si è sempre fatto così” – non regge e può denotare la difficoltà a sintonizzarsi, a mettersi continuamente in discussione, con una nuova esperienza. Una posizione complessa e una funzione difficile perché legate alla soggettività di ogni persona coinvolta e alle eredità trans-generazionali, culturali, sociali che contraddistinguono quella e solo quella coppia genitore-bambino.

Quando nasce un figlio?

Propongo questo brano:

«Quando venni al mondo avevo dodici anni, cinque mesi e centosessantaquattro ore. Perché non nasciamo il giorno in cui vediamo la luce, nell’attimo in cui braccia sconosciute ci trascinano nell’infinito e indecifrabile corso della storia, ma molto prima, quando il pensiero di noi si è insinuato nella mente ancora libera di uomini e donne, quando il nome d’un essere inesistente appare nell’orizzonte sfumato d’una vita possibile.

Siamo fatti di pensieri più che di carne, e quei pensieri ci vengono distillati nel sangue dalle idee di chi ci ha voluti, così che noi ereditiamo non solo il colore dei capelli o l’arrendevolezza degli sguardi o la cedevolezza del cuore, ma anche le illusioni, le speranze, i rimpianti della nostra ascendenza, che a sua volta li ha ereditati ancora più in là, e ancora più in là, attraverso generazioni di erecti e rudolfensi, fino a giungere al primo uomo, cosicché ognuno porta in sé miniaturizzata la storia dell’umanità intera.

Come possibilità, ipotesi, progetto, io dunque esistevo precisamente dalla sera in cui mio padre pensò che avere un figlio sarebbe stata l’unica maniera per dimenticare di non esserlo stato lui. E fu a causa di Monsieur de Balzac se la mia vita cominciò ad affacciarsi dalla miriade di altre ipotesi».

(D. Dara – Malinverno, Feltrinelli 2022, pag. 1)

Un/a figlio/a figlio (da ora in poi userò la formula figlio) – così come un genitore – non nasce nel momento del parto ma molto prima. Un figlio inizia a nascere nella mente dei propri genitori prima ancora di essere concepito. Un figlio è immerso molto prima in una rete di significati e in un insieme vasto di frammenti di storie diverse che andranno inevitabilmente ad influenzare la sua, confluendo in essa, costruendo la base dove poggerà la sua vita. Le aspettative dei genitori, il mandato inconscio e conscio che essi attribuiscono al nascituro, le angosce, le speranze, hanno il loro peso specifico. Il rapporto che i genitori hanno o hanno avuto a loro volta con i propri genitori; i ruoli e gli incastri inconsci nei quali loro stessi sono inseriti; i bisogni che inconsapevolmente il figlio alimenta, serve o supporta nel contesto familiare; ciò che i genitori sperano che il figlio sia o ciò che vorrebbero non diventi mai. Tutti questi elementi sono pezzi di un composito mosaico, dinamico e articolato, che fondano l’eredità del nascituro, ne predispongono alcuni perimetri, prima ancora che nasca da un punto di vista biologico e sono gli elementi di base che lo accompagneranno nel suo sviluppo psicoaffettivo futuro; i primari mattoncini che edificheranno la sua soggettività.

Questo è quello che Aulagnier (1975) definisce contratto narcisistico primario. Ancora prima di venire alla luce, un neonato porta già delle proiezioni narcisistiche dei genitori, un aspetto che garantisce e mantiene una continuità tra le generazioni ma che ha degli esiti diversi a seconda dell’intensità, della rigidità e dell’eccesso di queste proiezioni. Tali proiezioni sono sì gli “appoggi” sui quali la nuova persona si sviluppa e cresce ma possono essere anche delle gabbie che vincolano un adeguato e sano sviluppo, in autonomia e in libertà, della personalità del nascituro, che a volte può essere inconsciamente invitato a “servire” progetti narcisistici dei propri genitori e ad essere ad essi vincolato.

I figli ricevono in eredità anche le criticità non elaborate dei genitori ed è possibile che il figlio sia inconsciamente chiamato a risolvere le questioni aperte dei propri genitori che continuano ad essere trasmesse alle generazioni successive. La psicoanalisi affronta da tempo il tema della trasmissione dei traumi, del passaggio e della trasmissione di meccanismi di difesa, nonché delle modalità (peculiari o disfunzionali) di rapportarsi alla realtà e di organizzazione delle relazioni con gli altri. 

 I figli non voluti ad esempio?

Anche un non-desiderio è un’eredità per il nascituro, in qualunque forma esso si esprime. Le esperienze più drammatiche e le situazioni gravi (come abusi, violenze) sono eredità dolorose e ingombranti che segnano molto la nuova vita e quella di chi lo attende. Tutto ciò che accade (internamente ed esternamente) organizza una specifica disposizione all’attesa di quella vita. Anche un’assenza o un limite di investimenti narcisistici, sono parte di una specifica eredità che avrà, come ogni scenario possibile, specifiche ripercussioni sulla vita interiore, sui legami e sullo sviluppo fisico e psicologico di chi nasce.

La famiglia II BOTERO

 

 Allattamento.
Cosa possiamo dire?

L’allattamento è uno dei discorsi più frequenti e delicati tra le neo-mamme, un’esperienza complessa e delicatissima. Con l’allattamento e nell’allattamento si gioca molto del legame primario e della relazione con l’infante.  Penso a Winnicott che nella sua esperienza teorica e clinica ci descrive molto bene come l’allattamento è una forma di comunicazione primaria, precoce, preverbale che si stabilisce nella coppia madre-bambino

Allattamento come comunicazione D. W. Winnicott (leggi l’articolo completo)

È fondamentale sapere che mentre si parla di seno, latte, alimentazione, biberon, non stiamo solo parlando del modo in cui stiamo nutrendo il neonato, bensì di un’intera modalità di entrare in relazione con lui e di soddisfare più bisogni complessi, sia del piccolo che della madre.

«In termini clinici: due bambini vengono allattati al seno; uno si sta nutrendo del sé in forma di proiezioni, l’altro si sta nutrendo di (sta usando) latte dal seno di una donna. Le madri, come gli analisti, possono essere sufficientemente buone oppure no; alcune sono capaci, altre no di far passare il bambino dalla relazione all’uso».

(L’uso di un oggetto – Donald W. Winnicott Tradotto da The use of an object, International Journal of Psycho-Analysis (1969), 50:, 711-716. Nuova traduzione di A. Novelletto.)

Freud nei Tre saggi sulla teoria sessuale (1905), introduce il concetto di appoggio. Per appoggio si intende che il bambino nel momento in cui si sta nutrendo, quindi sta soddisfacendo un suo bisogno biologico, sta contemporaneamente soddisfacendo anche un suo bisogno pulsionale (appoggiandosi al primo). Si evidenzia l’inestricabile legame che c’è sta tra la nutrizione e i molteplici significati che questa funzione ha in termini relazionali, affettivi e quanto sia fondamentale nello sviluppo complessivo della persona. Se la nutrizione è svincolata da questa funzione primaria di cura, accudimento, di affettività, di relazionalità, la maturazione fisica e psichica dell’infante sarà compromessa. Possiamo dire che l’infante nel nutrirsi si nutre insieme di latte, affetti, angosce, gioie e di tutto il corredato di elementi che la madre gli offre consapevolmente e inconsapevolmente.

A questo proposito è molto significativo lo studio di René Árpád Spitz, (psicoanalista) condotto tra il 1945 e il 1946 su bambini istituzionalizzati o ospedalizzati. Spitz mise a confronto due gruppi di bambini istituzionalizzati. Il primo era costituito da 220 elementi, figli di donne detenute in un carcere femminile, che avevano la possibilità di dedicarsi personalmente ai loro piccoli in un asilo nido annesso alla struttura. Il secondo comprendeva 91 infanti abbandonati e ricoverati in un brefotrofio. Spitz notò che in entrambi i casi i bambini venivano nutriti e curati dal punto di vista igienico, in maniera adeguata, ma nel secondo gruppo, malgrado la presenza di operatrici professioniste appositamente formate per l’assistenza ai lattanti, i bambini presentavano condizioni di salute preoccupanti. I bambini non crescevano regolarmente, soffrivano di evidenti ritardi nello sviluppo cognitivo e motorio, mostravano sintomi quali mancanza di risposta agli stimoli esterni, inespressività del volto, spasmi muscolari, crisi di pianto insieme ad un marcato abbassamento delle difese immunitarie. Il 37,3% di essi morì entro il secondo anno di vita.

«Gli studi di Spitz (1965), Bowlby (1951) e Winnicott (1958, 1965) hanno ampia- mente dimostrato che le funzioni corporee di un neonato non possono svilupparsi se non all’interno di una relazione con la madre e con l’ambiente. Pertanto, l’elemento unificante che si pone come condizione sine qua non per lo sviluppo (anche delle ca-pacità intellettive) è la dimensione emotivo-relazionale» (Benedetti F., Bonvini A., Lo Presti V., Massaccesi M., Olivieri S., Salerni M., 2019)

Con il primario contatto tra madre e infante si costruiscono le basi anche per i legami successivi. Il modo in cui la madre e il bambino si relazionano al nutrimento (che è una modalità in cui si relazionano tra di loro) è indicativo del modo in cui si è portati ad interagire con altri, ad esempio come si interagirà nelle relazioni future. C’è uno strettissimo rapporto tra la primaria modalità con cui si viene nutriti e ci si rapporta al nutrimento e lo stile alimentare futuro, da adolescenti e da adulti. Chiaro e fondamentale anche il collegamento con questo rapporto primario e lo sviluppo di eventuali disturbi dell’alimentazione o altre problematiche successive.

Il seno materno – che nutre – è l’oggetto parziale iniziale con cui il bambino si rapporta, il primo oggetto delle sue relazioni. Il prototipo degli oggetti con cui inizialmente stabilisce un legame. Parliamo di “oggetti parziali” perché il bambino inizialmente non ha una chiara percezione dell’oggetto materno come tale – non riconosce la mamma nella sua interezza e nel suo essere distinta da lui – e non ha la capacità di distinguere i perimetri tra il suo stesso corpo e quello della madre. È come se il bambino vivesse in una nebulosa indifferenziata ricca di stimoli nuovi che vanno esperiti e gradualmente filtrati, presentati attraverso un costante lavoro, da parte delle figure primarie, di assorbimento e di filtro. Ciò che il bambino inizia a percepire e ad esperire è proprio “l’oggetto parziale” come il seno/funzione (seno/funzione include anche il biberon, per intendere comunque l’elemento che nutre, come qualcuno che lo tiene, che lo riscalda, che lo accarezza. Questi processi sono naturali in ogni modalità di allattamento, al seno, col latte artificiale attraverso l’uso del biberon).

Possiamo comprendere l’estrema delicatezza e la grande importanza della complessa modalità con cui la mamma nutre il suo bambino, gli affetti che trasmette, anche le angosce e le ambivalenze che possono esserci nel momento del nutrimento. Si sperimentano tantissime sensazioni e altrettanti vissuti; pensiamo al dolore che una madre può più o meno provare nel momento dell’allattamento, alla commistione di gioia, piacere e fatica, alla stanchezza, anche alla rabbia quando il bambino è particolarmente irrequieto e richiedente, alle ansie che ci sono rispetto all’ambiente familiare più allargato; la presenza di altre mamme con cui ci si confronta e “paragona”, la presenza sulla scena dei nonni con le loro caratteristiche di personalità e il loro stile; gli scenari sono tantissimi e tutti sono parte di ciò di cui il bambino si nutre.

Pensiamo ad una danza in cui la diade madre-bambino cerca la loro armonia, una sintonizzazione emotiva, fisica, relazionale che va scoperta ed esplorata ogni volta, per diventare quel legame sicuro all’interno del quale la madre possa sentirsi a suo agio con il piccolo e quest’ultimo possa sentirsi a proprio agio con le risposte – adeguatamente sintonizzate della madre – ai suoi bisogni.

La madre, pertanto, diventa un oggetto “usato dal proprio figlio” e la madre deve, inizialmente, contribuire a questa “illusione”. Il bambino non sa ancora regolarsi rispetto ai propri bisogni e nelle primissime fasi (i primi due-quattro mesi circa) richiede una presenza “totale” che ne garantisca un adeguato soddisfacimento. La disponibilità – interna ed esterna – della madre ad essere “usata” è importante per lo sviluppo del bambino. Quando osserviamo un bambino che si relaziona al seno, ci gioca, succhia, lecca, morde, si ferma e ne sente la vicinanza e l’odore, secondo i suoi tempi e modi specifici, possiamo notare la disponibilità della madre a farsi “usare” come dice Winnicott. In questo modo l’infante ha la sensazione di una continuità tra la sua iniziale “nebulosa indifferenziata” e il mondo intorno a lui.

Non esiste un bambino senza una madre (o una figura di riferimento primaria) che si prende cura di lui. Una madre “sufficientemente buona” (così definita da Winnicott) tende intuitivamente ad adattarsi ai bisogni del bambino ponendo l’oggetto (il seno) esattamente dove e quando il piccolo ha bisogno. Questo ritmo e questa corrispondenza di bisogni, in uno sviluppo abbastanza positivo, porta il bambino a fare un’esperienza di dipendenza adeguata, in cui vive l’illusione di sentire che il seno è anche una sua creazione soggettiva sperimentando una felice sovrapposizione tra oggetto creato e oggetto incontrato. Questa corrispondenza è estremamente preziosa per lo sviluppo del bambino.

Una volta stabilita l’illusione necessaria allo sviluppo, la funzione della madre (e anche del padre nella sua funzione di terzo) è anche quella di disilludere il bambino, cioè di creare, gradualmente degli spazi di separazione, introdurre frustrazioni tollerabili dettate dalla realtà. Occorre modulare quella complessa operazione di filtro con la realtà esterna che gradualmente si presenta al bambino. Un bambino che contemporaneamente sviluppa un apparato percettivo-cognitivo-motorio per farne un’esperienza crescente. Questo è un processo abbastanza naturale perché dopo i primi mesi, fisiologicamente cresce il tempo che la madre dedica a se stessa, riprende alcune delle sue attività ordinarie, il ritmo e i bisogni del bambino iniziano a modificarsi consentendogli di fare una crescente esperienza di una realtà che è distinta da lui, con cui gradualmente entra in contatto.

Questa danza non è semplice. Il processo di adattamento e di adeguamento ai ritmi della realtà e della coppia madre-bambino è un processo graduale ed è fatto di diversi gradienti. Un troppo o un troppo poco, un eccesso di investimento o una difficoltà reiterata e strutturata negli investimenti sul proprio figlio incide in maniera significativa sul suo sviluppo biologico e psicologico.

Quando “la danza” e la sintonizzazione madre-bambino è difficoltosa, ci sono delle rotture brusche, ad esempio delle ospedalizzazioni precoci; una indisponibilità della madre a lasciarsi usare dal proprio bambino, cioè anche lasciarlo libero di fare esperienza del corpo della madre; se c’è una certa difficoltà ad accogliere il proprio ruolo di madre perché particolarmente spaventata o preoccupata; se ci sono altre preoccupazioni che interferiscono con l’attenzione rivolta al figlio; se sono presenti aspetti problematici come una depressione post partum; anche aspetti contestuali come un rientro precoce al lavoro ad esempio o tante altre necessità o difficoltà, questo può generare una “rottura” che è difficile da “digerire” per il bambino che sarà costretto a “compensare” in diversi modi.

Nutristi, un bisogno reciproco?
“Non mi ha mangiato”: chi mangia chi, chi soddisfa il bisogno di chi?

Sicuramente nutrire il proprio figlio è un bisogno importante anche della madre. Il desiderio di dare qualcosa al proprio piccolo e sentirsi per questo gratificata, soddisfatta e felice. Anche rispetto a questo bisogno ci sono diversi scenari e diversi gradienti. Ripenso all’esperienza, durante il training come psicoanalista, di baby observation. Un’attività che consiste nel recarsi settimanalmente in casa di una neo coppia madre-bambino, durante il primo anno di vita  (i primi due nei training di psicoanalisi infantile) osservandone le interazioni per poi discuterne successivamente. La madre che seguii, particolarmente avveduta e sensibile, fece una riflessione su cui riflettemmo insieme. Notò un modo di dire frequente di alcune neo-mamme con le quali si confrontava che è il seguente: “Oggi mio figlio non mi ha mangiato”. Fu la stessa madre a notale l’ambivalenza del significato “mi ha mangiato”. In questo caso si può notare come il nutrimento diventa il mezzo per soddisfare un bisogno (profondamente narcisistico) della madre, di essere mangiata a sufficienza; di sentirsi gratificata nel suo atto di dare cibo, un cibo “buono” accolto incondizionatamente dal proprio figlio che mangia proprio lei-madre, senza alcuna differenziazione tra cibo, bisogno materno e bisogno del figlio etc… Nella nostra cultura si nota spesso il legame tra cura-attenzione e cibo. Un genitore che tende ad offrire cibo, può sentirsi offeso e rifiutato quando si declina l’invito (da parte di un figlio è una ferita ancora più sentita). In circostanze simili è ancora più evidente che non si sta cercando di sintonizzarsi sul bisogno del bambino che deve essere nutrito, rispettando le sue richieste, i suoi tempi, e anche i suoi rifiuti, ma si sovrappone il bisogno della madre (o dei genitori in fasi più avanzate) di sentirsi accettata dal proprio figlio.

Questo bisogno della madre, sempre operante, è un aspetto che qualifica e conferma come la danza madre-figlio sia complessa e di come gli elementi presenti interferiscono continuamente sul ritmo e sulla sintonia tra i bisogni dell’infante e quelli della madre. In situazioni specifiche, in cui il bisogno di gratificazione, di rassicurazione, di conferma della madre (devo nutrirti a tutti i costi come ritengo opportuno e giusto io) è eccessivo, il bambino farà molta difficoltà a riconoscere, distinguere e ad organizzare i propri bisogni e il proprio rapportarsi ad essi. Qualora ci fosse un’intrusività eccessiva della madre con i suoi bisogni, che non consentono di dare spazio adeguato ai bisogni del bambino, questo avrà decisamente un’influenza specifica sullo sviluppo psico-emotivo del bambino.

 Di cosa parliamo quando parliamo di dipendenza, indipendenza?

Siamo tutti esseri dipendenti dal contesto in cui viviamo, dalle relazioni che contraddistinguono il nostro tessuto personale e sociale, dalle persone a cui siamo legati, insieme alla dipendenza dal cibo (appunto), dall’aria, dall’acqua e via dicendo. Nelle prime fasi di vita l’individuo è totalmente dipendente dal suo ambiente di accudimento e senza una “madre”, senza una figura che si prenda cura di lui, il “cucciolo” d’uomo non sopravvivrebbe.

Nel corso dello sviluppo si transita per livelli diversi di dipendenza per passare da una dipendenza assoluta (infante) ad una dipendenza relativa (età adulta). Pertanto ciò che chiamiamo indipendenza è in realtà una forma più matura di dipendenza che ci mette in relazione con gli altri e con il mondo in una maniera differente da quella che è naturale in una condizione infantile. Nell’età adulta non dipendiamo in maniera assoluta ma dovremmo riuscire a stabilire dei compromessi, degli scambi più pensati e ponderati, riuscendo a scegliere gli “oggetti dell’investimento” e a stabilire con essi un rapporto di maggiore reciprocità. Sviluppiamo un’autonomia sempre maggiore, insieme ad una capacità “sana” di dipendere dal nostro ambiente con i nostri legami, con le nostre relazioni e ogni forma di scambio. In uno sviluppo sufficientemente sano possiamo dire che si è sviluppata un’adeguata autonomia nel rapporto con la realtà.

Un bambino nella sua crescita (armonica) svilupperà delle abilità che lo renderanno sempre più autonomo e in grado di stare nelle cose che esplora e conosce del suo mondo (prima familiare, poi scolastico etc…)

Dunque la dipendenza ha in sé differenze, gradienti e temperature specifiche e non è possibile pensare a due soli poli opposti tra loro: “dipendenza” – “indipendenza”, quanto piuttosto a varie forme di dipendenza, da quella assoluta dell’infante a quella relativa del soggetto adulto, includendo anche modalità patologiche di dipendenza.

Perché ci sia autonomia – intesa anche come una forma sana di capacità di dipendere dall’altro – quindi una quota di sana (in)dipendenza, è necessario che il bambino faccia una profonda esperienza di dipendenza primaria e abbia la possibilità di sentirsi separato e distinto dalla madre, di poter introdursi al mondo in maniera crescente e armonica in sintonia con le sue crescenti abilità. Quando questa esperienza primaria è deficitaria lo sarà anche la capacità di autonomia futura del bambino. La qualità specifica della fase di dipendenza primaria influenzerà tutti i rapporti del bambino con l’esterno, con gli altri, con gli oggetti (cose, sostanze, cibo etc…).

Se ci confrontiamo con un materno ingombrante che eccede nello stabilire una forma di dipendenza del proprio figlio o, diversamente, una madre che fa fatica a tollerare un fare di grande dipendenza del proprio figlio accennando a separarsene in maniera più frettolosa, in entrambi questi casi le implicazioni sono specifiche e significative.

Cosa intendiamo esattamente per “separazione precoce o veloce?”. A quali bisogni ci stiamo riferendo? La biologia, così come la psicologia di un bambino, hanno i loro specifici tempi di maturazione, crescita e sviluppo. Accelerarli, senza rispettare il naturale ritmo fisiologico di alcuni processi non garantisce uno sviluppo armonico né adeguato (è altrettanto inadeguato dilungarli e protrarli, ostacolando il bambino nella sua separazione, nella sua esplorazione del mondo, nel suo sentirsi distinto e non assoggettato a bisogni di terzi).

Rispetto alla separazione “veloce”, può essere il bisogno dei genitori potersi separare il più presto possibile dal figlio per diverse esigenze? Allora è necessario (per i genitori) che questa separazione sia incentivata, sollecitata. Certamente questo rientra in uno stile specifico di quella relazione ma, come sempre accade, ha la sua influenza sullo sviluppo futuro.

Una riflessione che nasce spesso tra specialisti della salute mentale che si occupano di psicoterapia e psicoanalisi, riguarda la difficoltà attuale dei pazienti di poter fare un’esperienza di dipendenza dal proprio analista. Di frequente i pazienti sono spaventati dalla possibilità di costruire una relazione di una certa intensità. Ecco, questo ci dà il senso e la misura di quanto per riuscire ad entrare in una relazione intima, profonda, continuativa e stabile (da adulti) occorra aver fatto un’esperienza primaria che abbia queste stesse caratteristiche di continuità, stabilità, costanza. Un’accelerazione in questa separazione ha di certo ricadute sulla modalità di vivere quelle successive.

Quando la madre fa fatica, dunque, a rendersi “oggetto usato” dal proprio figlio, sarà ancora più difficile per il bambino confrontarsi con i suoi processi di autonomizzazione. Perché il bambino diventi autonomo è necessario che faccia esperienza di una profonda e sana dipendenza dall’oggetto. Possiamo dire che per essere genitori, in fondo, occorre poter essere stati profondamente figli ed essere stati riconosciuti come tali, figli in quanto diversi dai propri genitori.

Il bambino dovrebbe poter sperimentare una fase di “dipendenza assoluta primaria” fino ad arrivare a diversi gradienti di autonomia, gestendo in maniera adeguata e sufficientemente sana i suoi gradi di dipendenza dagli oggetti esterni.

Talvolta, è facile costatare che l’intenzione di un genitore è quella di “spingere” il figlio all’indipendenza il prima possibile. Un obiettivo (consapevole o meno) mascherato dalla buona intenzione che adultizza il bambino. In alcune di queste situazioni si nota come in realtà predomini il bisogno del genitore, non tanto di rendere “indipendente il figlio” quanto di sottrarsi dalla sua posizione di “oggetto usato” da suo figlio. È frequente costatare come simili movimenti “emancipativi”, precoci, nascondano il bisogno del genitore di non doversi preoccupare di accudire il proprio figlio.

Nella clinica odierna si riscontra frequentissimamente la difficoltà dei pazienti nella costruzione di una relazione con l’analista. La difficoltà a tollerare una sana e terapeutica dipendenza e la possibilità di fare un investimento in una relazione stabile e duratura. Il paziente tenta, spesso in questi casi, di fare un uso deliberato, autarchico e totalitario del setting, chiede di venire un certo numero di volte e non un altro indicato, fare quello che ritiene per lui necessario rispetto all’organizzazione della cura, tentando di manipolare le indicazioni del clinico; fa spostamenti frequenti e salta di continuo le sedute con l’enorme difficoltà a cogliere anche l’investimento che è necessario fare rispetto a quella seduta saltata. Con questi comportamenti, in tali circostanze, il paziente tenta di “usare” (in maniera critica e distorta) l’analista (come non ha potuto fare in passato) e questo ci fa comprendere le compromissioni che ci sono state a livelli precoci della relazione con l’oggetto primario, rispetto all’armonizzazione della relazione. In questi casi occorre fare e ri-fare in analisi quel complesso processo di costruzione di uno spazio-tempo che possa concedere l’esperienza di “essere usati” dal paziente prima che questo riesca ad accedere a modalità di relazione più mature.

È possibile, tuttavia, riscontrare anche il problema inverso. Anche la difficoltà del genitore a separarsi dal proprio figlio – psicologicamente prima ancora che fisicamente – mobilita dinamiche nella relazione che ostacolano uno sviluppo armonico della personalità del bambino. Cosa si intende “separarsi”? Significa riconoscere il proprio figlio, non con come un’estensione del genitore (“mio”) ma sentirlo come un essere distinto, diverso. Non tutto. L’esempio “mi ha mangiato” ritorna in maniera significativa. Si possono sviluppare diversi problemi quando il bambino non viene riconosciuto come portatore di bisogni diversi, distinti da quelli dei genitori che, pertanto, protrarranno oltremodo una forma di accudimento che non orienterà il bambino verso una sana autonomia ma costruiranno modalità di legami atti a mantenere quella condizione indifferenziata primaria tipica dei primi mesi di vita.

Mio figlio è tutto per me: Un pensiero psicoanalitico

 

Jean-Frédéric Bazille, Riunione di famiglia, 1867, olio su tela, cm 152×230, Museo d’Orsay, Parigi

 

Ambivalenza e complessità.
Troppo e/o troppo poco, due criticità da problematizzare

La psicoanalisi, in quanto scienza dell’Inconscio e del rimosso, ci permette di cogliere “il dietro le quinte” delle situazioni, dei legami, delle scene per come si palesano, rintracciandone la complessità e le diverse polarità (negativo-positivo) che ne contraddistinguono la realtà. È la psicoanalisi, infatti, che ci informa circa la natura ambivalente dei legami e anche «ha mostrato la natura ambivalente del desiderio. Dietro all’amore, spesso è possibile cogliere un moto di aggressività; così, dietro alla rabbia, spesso è presente affetto e un desiderio deluso. Più i rapporti sono intensi, maggiore è la possibilità di cogliere la presenza di vissuti diversi, perfino incompatibili» (Recalcati 2015). La coesistenza contemporanea di affetti, anche diametralmente opposti, rende ogni legame, quelli più intimi in particolar modo, forieri di contraddizioni, perplessità, portatori di paradossi e “irrazionalità” difficili da conciliare con la logica della coscienza. “È possibile per una madre odiare il proprio figlio?” Possiamo rispondere con certezza sì. “È possibile che una madre, pur dicendo di desiderare la crescita e l’autonomia di un figlio, di fatto, nelle intenzioni inconsce e nella configurazione complessa dei suoi comportamenti, ne ostacola ogni movimento di crescita e di separazione?” Possiamo rispondere con altrettanta certezza sì. È con questa complessità che ci si confronta come psicoanalisti (nella clinica) ed è con questa complessità che occorrerebbe confrontarsi anche in quanto genitori. Ecco, dunque, l’impossibile di questa posizione che non può beneficiare di una risposta definitiva ma può contare nella capacità di lettura specifica, unica, peculiare di quella coppia madre/genitore-bambino. Questo delicato equilibrio è sintomo della dinamicità della relazione madre/padre-figlio e della sua enorme complessità nel misurarsi, nel tararsi continuamente in maniera viva e vitale tra vicinanza e distanza, tra condiscendenza e limite, tra permesso e divieto.

«Separarsi è un sì dolce dolore, che dirò buona notte finché non sarà mattina».
[Giulietta: atto II, scena II]

«[…] Nel desiderio materno non c’è solo una spinta a dare la vita, ma anche una spinta a continuare questa opera di cura, come se il tempo non passasse, come se il figlio rimanesse “figlio da accudire” per sempre». (Recalcati 2015)

È un processo delicato quello che porta la madre (ma non solo) a sentire il figlio separato, distinto da sé. Il proprio figlio, nonostante il suo iniziale bisogno totale di cure e accudimento resta diverso dai propri genitori. Spesso si tratta il figlio come un’estensione di Sé, come un’estensione narcisistica. Un aspetto che si riscontra nel materno ma non solo «piuttosto, ha a che fare con tutte le figure di cura; chi si prende cura di un terzo, non sempre è in grado di “rinunciare” al proprio ruolo, al costo di infantilizzare l’altro» (Recalcati 2015). Questa difficoltà apre a questioni più ampie e complesse, anche sul piango della psicopatologia. Un genitore che ha difficoltà in questo riconoscimento, distinto, del proprio figlio, avrà difficoltà a garantirgli quello spazio necessario alla separazione-individuazione di sé, riconoscimento e accettazione del limite. Elementi che possono essere considerati i prodromi della patologia della soggettivazione e che riguardano il problema della dipendenza e del limite. Difficoltà in questa area sono connesse alla difficoltà di riconoscimento della differenza, il diniego dei confini, anche nella difficoltà di riconoscimento dell’altro. Un altro, come possiamo notare negli episodi di cronaca, vissuto/visto come oggetto e non come soggetto da altrettanti oggetti dominati dal proprio mondo pulsionale senza alcun riconoscimento soggettivizzato del loro mondo interno e con la scara capacità di organizzare e orientare in maniera non distruttiva i propri vissuti affettivi e i propri comportamenti. «Riteniamo che molti dei disturbi psichici più diffusi nelle nostre società occidentali (dai disturbi alimentari, agli attacchi di panico, alle condotte autolesive, ai comportamenti ossessivo-compulsivi, ai disturbi dell’apprendimento) si possano configurare come patologie della soggettivazione e abbiano a che fare con il problema della dipendenza e del limite. Tali disturbi ci appaiono in qualche modo connessi al dilagare di una tendenza generalizzata verso l’indifferenziato, la confusività, il diniego dei confini, il mancato riconoscimento dell’alterità e delle differenze generazionali».

Allattamento al seno di lunga durata come freno allo sviluppo

Per riflettere sul tema dell’equilibrio dinamico e complesso nella relazione madre-bambino (genitori-bambino), segnalo un contributo redatto da un gruppo di colleghi psicoanalisti infantili che analizzano le indicazioni date dall’OMS rispetto all’allattamento e alla sua durata. Approfondendo il tema dell’allattamento protratto fino ai due anni, e oltre, esplorano attraverso dati clinici e di ricerca la necessità di problematizzare questa condotta, sollevando la necessità di rivedere alcune indicazioni sanitarie, rispetto alle implicazioni che un allattamento prolungato ha sullo sviluppo fisico, psichico, emotivo e relazionale del bambino. «Gli autori precisano come l’allattamento al seno nel primo anno di vita costituisce un’esperienza fondante la relazione madre-bambino. Ma cosa accade se un’intera comunità scientifica, con a capo l’Unicef, dà indicazioni di salute pubblica rispetto ai benefici di un allattamento fino a due anni vita ed oltre? Il testo focalizza l’attenzione sullo sviluppo infantile, sottolineando in modo deciso la diversità di approccio da parte del mondo medico e della comunità psicoanalitica, e sottopone a critica l’indicazione dell’Unicef, formulando l’ipotesi che l’allattamento prolungato possa rappresentare un freno allo sviluppo del bambino e alla sua nascita come soggetto. Tali considerazioni si inseriscono, poi, in una analisi della società odierna che, non offrendo limiti e confini, posticipa sempre più la separazione dell’infante dalle figure di accudimento, alimentando la dipendenza» (Dall’abstract dell’articolo). Possiamo aggiungere un tipo di dipendenza non sana ma infantilizzante e problematica

«Come clinici pensiamo di essere piuttosto chiamati a contrastare un tale orientamento, in cui i bisogni narcisistici del genitore risultano prioritari rispetto ai bisogni dell’infante e la necessità degli adulti di essere confermati e rassicurati nel proprio ruolo appare più importante del favorire la crescita autonoma e la futura indipendenza dei bambini» (Benedetti F., Bonvini A., Lo Presti V., Massaccesi M., Olivieri S., Salerni M., 2019).

Sonno, un altro tema centrale.
Si parla spesso di come abituare il bambino al sonno, cosa pensa di queste pratiche che vorrebbero orientare ad una maggiore indipendenza rispetto alla gestione del sonno nel bambino?

Il sonno, insieme all’allattamento, è un tema delicato e molto dibattuto. Un aspetto che incide significativamente sugli equilibri della relazione mamma-bimbo; sulla coppia genitoriale e sull’intera famiglia. Sono nate diverse figure di riferimento per avvicinare ed affrontare la condotta del sonno, ad esempio i coach del sonno. Questo sviluppo recente dimostra la grande delicatezza e di certo la notevole complessità che è sempre ricchezza ma, di contro, questa pluralità di figure – iperspecializzate – ci può interrogare anche rispetto ad un rischio, che è quello di parcellizzare la complessa esperienza di legame e di sviluppo in elementi minimali da “addomesticare”, senza tenere conto del quadro generale, dimenticando che tutto ha una profonda valenza relazionale e affettiva che struttura la personalità del bambino all’interno della sua relazione con i genitori, tra cui anche il sonno e l’addormentamento rientrano come esperienze significative. Il rischio è occuparsi dell’addormentamento dimenticando i significati complessi che questo processo ha nell’equilibrio generale del legame e nella specificità di quel bambino in rapporto ai suoi specifici bisogni. Si sente parlare di “programmi del sonno” che troppo spesso rischiano di palesarsi come protocolli di desensibilizzazione che portano il bambino, anche molto piccolo, a dis-abituarsi ad alcune modalità di rassicurazione prima di addormentarsi, ad esempio, il seno, la vicinanza della madre.

Ci si concentra quasi esclusivamente sulla condotta dell’addormentamento e sulla “resa” del sonno mostrando, ancora una volta, un approccio comportamentistico alla questione (pensiamo a quanto detto del nutrimento come mera operazione di assunzione di cibo) e di come alla base prevalga maggiormente il bisogno del genitore di affrontare la faccenda attraverso indicazioni, istruzioni e comportamenti che mirino a ridurre il disagio derivante da eventuali difficoltà nell’addormentamento del figlio. In questo modo è molto semplice scivolare nel bisogno di condizionamento piuttosto che nella cura del bisogno. Spesso, nella grande fatica che la gestione del sonno e dell’addormentamento comporta, almeno nei primi due anni di vita del bimbo, nella difficoltà e nel disagio che una carenza di sonno prolungata provoca nel genitore e nella coppia, fa nascere l’esigenza, spesso disperata, che il bambino si “adegui” al ritmo che è più “comodo” per il genitore. Su questo assunto, si basano alcune modalità di intervento sul comportamento del bambino rispetto al sonno, condotte e tecniche che potrebbero non tenere conto a sufficienza della complessità affettiva sottostante. Sembra che l’indicazione sia che il bambino si addormenti il più semplicemente possibile, si svegli il meno possibile e diventi meno richiedente così da alleggerire la fatica nell’essere seguito, rassicurato, allattato etc. Molti di questi protocolli richiedono di lasciare il bambino a confrontarsi in maniera “autonoma” (o solitaria?), in un arco di tempo crescente, con i suoi risvegli, finché il bambino in questione non si abitui a gestirli da solo, riaddormentandosi senza l’aiuto o il ricorso del genitore. Questo lavoro implica, eventualmente, anche lasciare piangere il bambino e dosare l’intervento del genitore sempre in relazione ad un protocollo che ne amplia sempre di più i tempi di attesa prima di rispondere al pianto del bambino. Mi sembra chiaro che il bambino, in questo modo, che si abitua/dis-abitua, viene condizionato ma non vi è alcuna evoluzione, nessuna crescita in sintonia con i suoi bisogni. Un bambino smetterà di piangere non perché ha imparato a gestire da solo la situazione, interiorizzando un oggetto sicuro e rassicurante su cui poter fare affidamento anche da solo, in futuro, piuttosto smetterà perché dovrà trovare altre forme di gestione di quella situazione di criticità. Ciò che si compromette, in questo modo, è la fiducia di base che sta costruendo. Il pianto è un richiamo verso l’altro in un momento di intenso bisogno (chiaramente non è solo questo ma nei bambini piccoli, entro il primo anno e mezzo di vita circa, sì). Ignorando questo “segnale”, si inficia la sicurezza del bambino nella sua capacità di attirare l’attenzione del genitore e la sua embrionale capacità di incidere sul mondo, e per questo smetterà. Il silenzio del bambino non è un successo, semmai il fallimento della sua richiesta di aiuto. Il bambino non ha maturato un’autonomia ma ha sviluppato una forma di difesa dall’angoscia di non sentire di avere una presa sul mondo e di non poter contare sulla presenza dei suoi oggetti primari. Il ritiro nel sonno è un meccanismo di difesa primitivo che il bambino molto piccolo può utilizzare per proteggersi da stimolazioni, interne ed esterne, particolarmente sgradevoli o difficili da gestire senza l’aiuto del genitore.

Queste condotte hanno la loro incidenza sull’interiorizzazione di oggetti positivi di cui ci si possa fidare (Klein) e sullo sviluppo degli stili di attaccamento futuri del bambino (Bowlby), uno stile di attaccamento che non può dirsi sviluppato se non intorno ai 15-18 mesi.

In conclusione, un bambino che smette di piangere e magari si addormenterà anche, potrebbe aver dovuto fare ricorso a modalità difensive specifiche per adeguarsi ai bisogni e alle richieste (forse premature o inadeguate) dell’ambiente, limitando anche le sue richieste – fisiologiche – verso di esso.

Le informazioni rispetto a questi temi sono molteplici, troppe, spesso così saturanti da generare confusione. Si possono reperire notizie e indicazioni anche molto diverse tra loro, aumentando dubbi e insicurezze dei genitori. Si va alla ricerca di un’istruzione che possa adeguarsi ai dubbi, alle paure e anche alle normali esigenze dei neogenitori. Tutto questo mare magnum può far perdere un elemento fondamentale che è anche quello più complesso da costruire e raggiungere, cioè la capacità di sintonizzarsi con l’altro, in quella peculiare ed unica relazione. Tante regole, tanti schemi ma la cosa più complessa resta sullo sfondo: un ascolto attento del legame unico con quell’unico bambino. La capacità di leggere i bisogni di un figlio, di inserirli in un processo di crescita che li segui, le educhi, li orienti, li limiti quando necessario, rispettando una nuova personalità in via di sviluppo, questo è decisamente il compito più difficile e delicato che ha molto più a che fare con quello che il genitore “è” in quanto persona rispetto a quello che il genitore “fa”, seguendo qualsiasi indicazione esterna.

Figli “perfetti”, figli “bravi”.
Bisogni dei figli o dei genitori?

Come scrive una collega «da alcuni decenni i figli vengono allevati non per diventare grandi, ma per diventare grandiosi: un’espressione che sintetizza la ragione di un malessere dilagante ed apre a tantissime riflessioni. Se in passato le grandi aspettative gravavano sulle spalle, sulla psiche, dei figli dei capitani di industria, da diversi anni a questa parte i figli non devono mostrare fragilità per non far sentire inadeguati ed impotenti i genitori e per riscattare il loro avvenire non avvenuto» (Curti A., 2024). Questo è un tema complesso che come sempre coinvolge l’interazione tra più generazioni, rispetto ai mandati diversi che si trasmettono e alle dinamiche relazionali, psichiche, intrapsichiche, sociali e culturali che ne determinano l’andamento. Proviamo a considerare la trasformazione della posizione dei genitori nel corso delle generazioni. Nelle generazioni precedenti, i genitori assumevano e consolidavano un ruolo autoritario, intoccabile, indiscutibile, una posizione nettamente separata da quella dei propri figli. Come hanno reagito questa generazione di “figli”? Successivamente a questo assetto, la genitorialità è molto cambiata, si potrebbe dire che si è dissolta. Sa da un lato il genitore ha lasciato il suo “trono” per partecipare più attivamente alla vita del figlio, dall’altro, e in parte sempre crescente, il genitore fa fatica ad assumere un ruolo più definibile e definito. Il genitore diventa paritario al figlio sottraendosi dalla sua funzione e “posizione impossibile”. Questa confusione genera altre potenziali criticità, mette in crisi il rapporto con il limite, spinto sempre in avanti, ritocca il rapporto con la differenza generazionale, vincola i processi di identificazione e anche di soggettivazione.

Quello a cui assistiamo, inoltre, è un particolare tipo di investimento sui figli. Si definisce una situazione in cui i figli sono “reliquie” che vanno curate, “alimentate” grandiosamente, proiettate verso promettenti e splendidi orizzonti futuri, spesso a scapito di una vivacità, di una vitalità e, soprattutto, a scapito di una verità soggettiva sempre più sacrificata. Il genitore ingombra oltremodo la vita del figlio. Si configura la presenza di un genitore-amico e non un genitore-guida. Può capitare che il figlio deve servire alcuni bisogni dei genitori di essere rassicurati nel loro mandato, di svolgere “bene” il proprio compito genitoriale, di non essere “troppo severi”, di non dare “troppi divieti” etc. Si perde la direzione e la funzione generando una confusione che ha le sue chiare ricadute sullo sviluppo del bambino. I figli possono essere spesso usati come esenzioni narcisistiche dei propri genitori, invitati inconsciamente ad interpretare ruoli e funzioni atte a gratificare il genitore, ad esaltarne le qualità genitoriali e i meriti a soddisfarne e a servirne, in maniera inconscia, i bisogni inconsci. I successi del figlio sono nutrimento (narcisistico) dei genitori, così il figlio può scomparire dalla scena con le sue specificità. È evidente che la necessità di raggiungere la “grandiosità” accennata all’inizio è sintomo di una fragilità narcisistica. Tanto più è necessario raggiungere aspetti “grandiosi” maggiore è il senso di inadeguatezza inconscio che necessita di essere compensato o tanto maggiori sono aspetti specifici da bonificare con una presenza “perfetta” sulla scena sociale.

***

Clara è una ragazzina di 14 anni. Brillante. Pratica sport a livello agonistico, ottimi voti a scuola. Affabile, disponibile, accondiscendente, delicata. Impeccabile. Gli altri: allenatore, insegnanti, amici, (sostituti genitoriali) devono essere accontentati, “serviti”, mai contraddetti. Non è rappresentabile il conflitto, non si discute (non si può accedere al conflitto). L’estrema compiacenza è un primo indicatore del malessere di Clara, seppure uno dei segnali maggiormente esaltati come “qualità” distintive di una “ragazza modello”.

Clara è il suo voto, il suo risultato nello sport. Questi “meriti” esterni sono ciò con cui si identifica, ciò di cui ha bisogno per sentire di avere un valore. Tutto è esasperante. I genitori sono “complici” inconsapevoli di una scena che sistematicamente viene lavorata e costruita per presentarsi (e sentirsi) “perfetta”.

La crepa che mette in crisi un tale assetto è inizialmente un lieve peggioramento del rendimento scolastico. Emergerà come questa “imperfezione” fosse necessaria perché altri elementi della personalità e del desiderio di Clara venissero alla luce, “sporcando” tuttavia l’immagine di sé come “perfetta”. “Posso anche avere un brutto voto ma io chi sono, chi resto nonostante questo?”. Successivamente emerge un altro elemento critico che porta Clara e i genitori a chiedere una consultazione: l’accenno a fantasie suicidarie da parte di Clara.

Ciò che si palesa in consultazione è una chiara organizzazione Falso Sé. Winnicott è chiaro nella sua teorizzazione sul Falso Sé. È difficile cogliere i segnali di una sofferenza perfettamente camuffata da compiacenza, adesione al compito e da un’ossessione alla performance. Dietro tutto questo un grido muto fatto di insofferenza, insoddisfazione, rabbia, aggressività, aspetti inavvicinabili che trovano in agiti drammatici come il suicidio il loro esito finale. Lì dove c’è la necessità di un figlio di adeguarsi e accondiscendere al bisogno del proprio genitore, si organizzerà una struttura “ausiliaria” (Falso Sé) perché questo compito possa essere assolto. Una personalità Falso Sé può essere perfettamente integrata nella società, svolge in maniera encomiabile i propri impegni è disponibile oltremisura, ma a quale prezzo? Pensiamo alle fantasie suicidarie di Clara che palesano il drammatico dolore del suo mondo interno. L’epilogo estremo di situazioni così complesse è tristemente noto dalle notizie di cronaca che vedono molti giovani e giovanissimi suicidarsi. Ragazzi riconosciuti “estremamente meritevoli”, adeguatamente inseriti nei loro contesti di convivenza, all’apparenza “insospettabili”, sono protagonisti di agiti gravi come un suicidio. Particolare l’incredulità dei compagni, dei professori, degli stessi genitori. “Tutto era perfetto”, paradossalmente proprio il vero problema in questi quadri di personalità. Possiamo rintracciare diverse situazioni in cui dietro la “perfezione” c’è un profondo (e incomunicabile) disagio.

***

In questi scenari la fragilità non può essere contattata né esplicitata. Anche l’aggressività viene negata, una quota di aggressività funzionale alla separazione e alla crescita, è negata. Non si può accedere al conflitto pensa il riconoscimento di una separazione, di una distinzione. Il figlio, invece, in scenari come questo descritto, è una estensione in “perfetta” sintonia con il volere genitoriale. Altrettanto, l’agire del figlio va protetto, fino alle estreme conseguenze, pena un limite (prima ancora che al figlio) alle aspettative grandiose (su quel figlio e attraverso quel figlio) dei propri genitori. Pertanto non può essere avvicinato il dubbio, la parzialità, il compromesso, la complessità affettiva del mondo interno – del figlio (quanto del genitore) – il divieto, il “no”; non si riconosce il portato creativo del limite. Lo sforzo è quello di apparire perfetti. La dimensione performante diventa esasperante, l’adesione al compito diventa l’obiettivo che maggiormente gratifica figli e genitori. L’impossibilità a posizionarsi in un ruolo che sia distinto e distinguibile: genitori – figli. Rispettare la differenza, la linea generazionale e dall’altro poter riconoscere la differenza, la distinzione genitore e figlio, ciascuno portatore di una sua propria individualità.

Un disagio, tuttavia, che quando si riesce ad esplicitare rappresenta l’unica via per creare quelle connessioni vitali con gli aspetti più veri, creativi e anche “meno piacevoli” della nostra intimità. Solo questa integrazione di parti spesso scisse (aggressive, eccitatorie) può portarci ad un’espressione completa della nostra personalità, senza amputazioni di elementi che comunque continuano ad agire e ad inficiare il modo di stare nel mondo. Complessi fattori individuali, ambientali, sociali, culturali si mescolano in questi quadri di sofferenza, sempre più palesi tra giovani e giovanissimi. Vedere la realtà umana, nella sua complessità, è il nostro compito più gravoso, urgente ed importante.


Bibliografia, letture suggerite, sitografia

 Bibliografia

Aulagnier P. (1975). La violenza dell’interpretazione. Dal pittogramma all’enunciato. Roma: Borla, 1994.
Benedetti F., Bonvini A., Lo Presti V., Massaccesi M., Olivieri S., Salerni M., (2019) Allattamento al seno di lunga durata come freno allo sviluppo. Richard e Piggle 27, 4, pp. 389-403.
Bowlby J (1951). Cure materne e salute mentale del bambino. Trad. it., Firenze: Giunti, 2012.
Curti A. (2024), Grandi speranze: sulle passioni d’attesa dell’ipermodernismo in Psicoterapia psicoanalitica 1/2024, pp 44-62, DOI: 10.3280/PSP2024-001004.
Freud S. (1937). Analisi terminabile e interminabile. OSF, 11.
Käes R. (2004). Elementi teorici generali per costituire il legame e il soggetto del legame quali concetti pertinenti il campo della psicoanalisi. Ricerca Psicoanalitica, XV/3.
Klein M. Scritti 1921-1958. Trad. it., Torino: Boringhieri, 1978.
Recalcati M. (2015). Le mani della madre. Feltrinelli Editore.
Spitz R A (1965). Il primo anno di vita. Trad. it., Roma: Armando, 1967.
Winnicott D W (1958). Dalla pediatria alla psicoanalisi. Trad. it., Firenze: Martinelli, 1975.
Winnicott D W (1965). Sviluppo affettivo e ambiente. Trad. it., Roma: Armando, 1970.
Winnicott D W (1968). Il pensiero e la formazione del simbolo. In: Esplorazioni psicoanalitiche (1989). Trad. it., Milano: Cortina, 1995.
Winnicott D W (1971). Gioco e realtà. Trad. it., Roma: Armando, 1974.
Winnicott D.W. (1958). Dalla pediatria alla psicoanalisi. Firenze: Martinelli,1975.

 Letture suggerite

Joan Raphael-Leff. La gravidanza vista dall’interno. Roma: Astrolabio, 2014.

 

Vegetti Finzi Silvia, Battistin Anna Maria (2017) A piccoli passi. La psicologia dei bambini dall’attesa ai cinque anni. Milano: Mondadori, 2017.

 

Sitografia

Andreina Tantini: la relazione neonatale attraverso l’allattamento e le sue rappresentazioni nel tempo

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Dott. Luigi Antonio Perrotta
PSICOTERAPEUTA - PSICOANALISTA

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HealXO
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