Dott. Emanuele D’Ammando
Introduzione
Il trauma psichico di Charcot
La collaborazione tra Freud e Breuer
Le teorie freudiane: dal trauma reale al trauma fantasmatico
Conclusioni
Bibliografia
Introduzione
Etimologicamente la parola trauma deriva dal verbo greco τιτρώσκω, che significa “perforare”, “danneggiare”, “ledere”, “rovinare” e contiene un duplice riferimento a una ferita con lacerazione, e agli effetti di un urto, di uno shock violento sull’insieme dell’organismo (Laplanche, Pontalis, 1967).
Il concetto di trauma viene qui esposto a partire dalle prime teorizzazioni sul trauma psichico formulate da Charcot, successivamente riprese da Breuer e Freud, per poi concentrarsi sullo sviluppo di tale concetto all’interno della teoria freudiana.
Jean Martin Charcot era un neurologo francese della scuola di Parigi che dopo aver legato il proprio nome a importanti scoperte nel campo della neurologia, aveva deciso di dedicarsi, nel reparto neurologico della Salpêtrière da lui diretto, allo studio dell’isteria. Il primo incontro tra Freud e Charcot avviene nell’ottobre del 1885, anno in cui Freud vince una borsa di studio che decide di utilizzare per recarsi alla Salpêtrière a seguire le lezioni sull’isteria del celebre neurologo francese, argomento che destava il suo interesse. Il suo soggiorno a Parigi dura da ottobre 1885 a febbraio 1886.
Già a partire dal 1876 Charcot aveva iniziato a collegare i sintomi che insorgevano dopo gli incidenti in un unico quadro post-traumatico di nevrosi che denominava “isteria traumatica”. Inoltre, egli non identificava l’isteria come una malattia femminile, in quanto i sintomi post-traumatici erano più frequenti negli uomini, come conseguenza di incidenti lavorativi. All’epoca, infatti, erano numerosi gli incidenti ferroviari, in seguito ai quali si verificavano delle paralisi causate dalle lesioni organiche del sistema nervoso. Tuttavia, a volte si verificava una paralisi anche in assenza di un trauma organico.
Charcot giunge alle seguenti conclusioni: un incidente può suscitare l’idea di essere incorso in un grave danno e questa idea può a sua volta divenire patogena e produrre una paralisi, in condizioni mentali di obnubilamento e dissociazione della coscienza. Il disturbo nervoso veniva quindi concepito come una “lesione dinamica” e l’idea patogena era considerata come un parassita insediatosi nella corteccia motoria. Con Charcot, l’ideogenesi diventa un nuovo paradigma che consente di vedere da una diversa prospettiva quei fenomeni che prima erano ascritti al paradigma nervoso.
Inoltre, Charcot estende le riflessioni elaborate rispetto alla paralisi traumatica anche ad altri sintomi, come i sintomi isterici in apparenza del tutto diversi. Prima di Charcot le isteriche – pazienti che soffrivano di disturbi fisici in assenza di lesioni organiche – erano considerate simulatrici, inaffidabili bugiarde oppure vittime di un sistema nervoso complessivamente indebolito che produceva disturbi funzionali casuali e privi di significato. Lavorando con le pazienti isteriche ricoverate all’interno del suo reparto avanzò l’ipotesi che l’isteria avesse una base traumatica, in senso psichico: secondo le sue ricerche vi era un’idea rimasta latente nella persona che poteva poi manifestarsi in occasione di un evento traumatico. Secondo Charcot, queste pazienti non sviluppavano i sintomi a causa delle conseguenze fisiche portate dal trauma, ma a causa dell’idea che avevano sviluppato intorno ad esso.
Un esempio è l’anestesia a guanto: la mancanza di sensazioni nella mano non ha senso da un punto di vista neurologico poiché i nervi della mano si estendono anche al braccio; pertanto, se fossero i nervi ad essere danneggiati, l’insensibilità non sarebbe limitata alla mano. Ciò che è cruciale nel determinare l’incapacità funzionale è invece l’idea che il paziente ha della sua mano. La mancanza di sensazioni ha dunque senso dal punto di vista psicologico. Il disturbo è quindi nei pensieri del paziente rispetto a quella mano, pensieri ai quali può anche non avere accesso senza che questo renda meno potente il loro effetto e impedisca che esitino in un fenomeno fisico.
Con Charcot, dunque, si inizia a pensare che le isteriche soffrissero di un disturbo della mente e non del cervello. In altri termini, è l’idea che provoca la paralisi e quindi l’isteria traumatica: “l’influenza del traumatismo sulla produzione delle paralisi e delle contratture è ben nota. Non vi è nessun rapporto fra la violenza del traumatismo e il grado del disturbo motorio che gli tien dietro. Il fattore essenziale è l’emozione, lo shock morale che accompagna la violenza. La paralisi che compare dopo i traumatismi non compare immediatamente dopo lo shock, ma soltanto dopo un tempo più o meno lungo, dopo un periodo di incubazione o di meditazione, di auto-suggestione, durante il quale l’idea di impotenza dell’arto ferito, ingigantisce e si impone alla mente dell’ammalato” (J. M. Charcot, 1897, p. 517).
Per Charcot, dunque, tutti i sintomi isterici erano provocati da una componente emotiva, ovvero da una sensazione di spavento, che causava un’idea fissa, inconsapevole al soggetto. Al fine di verificare la sua teoria, Charcot indusse le persone in uno stato di ipnosi e tramite la suggestione procurò loro delle paralisi artificiali che fece poi regredire. Con tale espediente, l’autore cercò di dimostrare che il trauma inducesse uno stato ipnotico nel corso del quale operava l’autosuggestione. Egli, quindi, ricondusse all’autosuggestione tanto i sintomi dell’isteria quanto le modificazioni dello stato di coscienza ottenute mediante l’ipnosi, arrivando a sostenere un’analogia sostanziale tra isteria e ipnosi.
Le ricerche da lui condotte ponevano per la prima volta l’accento sul versante psichico del trauma e della patologia correlata, mettendo sullo sfondo le cause organiche. Nel trauma era quindi possibile individuare l’agente scatenante dell’isteria, capace di attualizzare, similarmente alle manovre ipnotiche, una predisposizione neuropatica aspecifica e di esaltare la suggestionabilità del paziente. Nelle esperienze di suggestione post-ipnotica il paziente non ricordava quanto avvenuto durante la seduta ipnotica e offriva delle spiegazioni circa la propria condotta che non avevano nulla a che fare con le cause che l’avevano determinata: questo permetteva di spiegare in parte il meccanismo del trauma, mettendo in evidenza che i pensieri e i ricordi non consapevoli erano in grado di influenzare il comportamento.
Charcot, inoltre, dimostrò non soltanto che erano le idee, e non i nervi danneggiati, ad essere responsabili di disturbi come le paralisi, le cecità isteriche, l’anestesia a guanto, ecc., ma anche che le idee potevano avere un potere curativo, procurando una remissione spontanea della sintomatologia. Egli, infatti, usava la suggestione ipnotica per eliminare temporaneamente i sintomi: per far camminare i paralitici isterici, per far vedere i ciechi isterici, ecc. Riteneva, infatti, che il problema fosse nella mente e non nel cervello: le gambe, gli occhi e la mano erano intatti. Il problema era un’idea estranea alla coscienza, ovvero l’idea di non riuscire a camminare, a vedere, a provare sensazioni fisiche, ecc. Tale idea patogena poteva essere contrastata da un’altra idea, dall’ingiunzione dell’ipnotista che ordinava al paziente di camminare, di vedere, di provare sensazioni fisiche, ecc.
In sintesi: la scuola francese legava l’isteria all’incapacità dei pazienti di tenere raccolti in un’unità i molteplici processi psichici. Infine, non è da sottovalutare un elemento importante, ovvero che per Charcot l’unica causa dell’isteria era l’ereditarietà, mentre tutti gli altri fattori etiologici avevano soltanto il ruolo di agents provocateurs.
La collaborazione tra Freud e Breuer
L’idea innovativa di Charcot sul trauma psichico viene sviluppata dal lavoro di Freud con il medico viennese Josef Breuer, che evidenzia l’analogia patogena della comune isteria e della nevrosi traumatica, tale da giustificare l’estensione del concetto di “isteria traumatica”. Nella nevrosi traumatica la vera causa della malattia è lo spavento, il trauma psichico e, analogamente, le ricerche di Breuer e Freud evidenziano che i sintomi isterici risultano da traumi psichici: “Può agire come trauma qualsiasi esperienza provochi gli affetti penosi del terrore, dell’angoscia, della vergogna, del dolore psichico, e dipende ovviamente dalla sensibilità della persona colpita se l’esperienza stessa agisce come trauma” (J. Breuer e S. Freud, 1892, Comunicazione preliminare sul meccanismo psichico dei fenomeni isterici).
Breuer nel 1880 aveva in cura una paziente isterica di ventun anni di nome Bertha Pappenheim presentata negli Studi sull’isteria (1892-95) con lo pseudonimo di Anna O. Ella era una donna molto intelligente con una tendenza all’esagerazione sia nell’allegria che nella tristezza e avente la caratteristica di coltivare dei “sogni ad occhi aperti”. Nel luglio del 1880 il padre, verso il quale nutriva un profondo sentimento, si ammalò per un ascesso peripleuritico e ciò lo condusse alla morte nell’aprile del 1881. Durante i primi mesi della malattia, Anna si dedicò all’assistenza del padre malato con tutte le sue forze, al punto tale che manifestò un grave deperimento organico per cui venne allontanata da lui, con suo grandissimo dolore. Ben presto iniziò a manifestare una vasta gamma di sintomi. Inizialmente comparve una tosse particolarmente intensa, cui seguirono altri sintomi: disturbi della vista, paresi dei muscoli del collo, contrattura e anestesia degli arti sul lato destro del corpo, repentini cambiamenti d’umore, allucinazioni (i propri capelli le apparivano come serpenti), una profonda disorganizzazione del linguaggio. Presentava due distinti stati di coscienza che si alternavano repentinamente: in uno di questi stati la paziente conosceva ciò che la circondava, mentre nell’altro, che ella chiamava “Io cattivo”, allucinava, quindi imprecava e faceva degli agiti quali lanciare dei cuscini addosso alle persone. Successivamente i due stati di coscienza della paziente assunsero queste caratteristiche: nel primo stato viveva, come tutti, nell’inverno 1881-82, mentre nel secondo viveva nell’inverno 1880-81, avendo dimenticato tutti gli avvenimenti successivi ad eccezione della morte del padre. Il rivivere l’anno passato durò fino alla conclusione della malattia, avvenuta nel giugno 1882.
Ogni giorno, nel pomeriggio, Anna veniva colta da una sonnolenza che verso il tramonto si trasformava in un sonno più profondo. Quando il sopore era durato circa un’ora, ella diventava inquieta e si rivoltava nel letto con gli occhi chiusi mormorando tra sé e sé alcune parole quali “tormentare, tormentare” che davano l’impressione di provenire da un contesto di pensieri che la tenevano occupata. Se qualcuno intorno a lei pronunciava una di queste parole, Anna iniziava a narrare una storia triste che generalmente aveva come protagonista una giovane ragazza seduta al capezzale del malato, e al termine del racconto si svegliava ed era tranquilla.
Breur iniziò ad attuare questa procedura intenzionalmente e, dopo aver ipnotizzato la paziente, la invitava a riprodurre dinanzi a lui tutte le creazioni psichiche che l’avevano dominata durante le assenze e che si intravedevano in quelle singole parole da lei pronunciate. Dopo aver ricordato gli avvenimenti e le fantasie che avevano immediatamente preceduto la comparsa dei sintomi e aver espresso le emozioni che vi erano associate, Anna si risvegliava lucida e serena. Per descrivere quanto avveniva, Anna aveva trovato i termini di talking cure (cura parlata) e chimney-sweeping (spazzare il camino): ella infatti sapeva che dopo aver parlato avrebbe perso la sua energia e ribellione, riuscendo a stare serena per qualche giorno, fino alla successiva visita di Breuer. In sintesi: Breuer si accorse che i sintomi isterici scomparivano quando la paziente narrava gli eventi psichici dell’incubazione della malattia e poteva rivivere intensamente l’emozione che aveva provato allora.
Tale fenomeno prende il nome di abreazione. Ad esempio, a un certo punto Anna si scoprì incapace di ingerire liquidi, senza conoscerne il motivo. Durante la trance ipnotica iniziò a raccontare che un giorno entrò nella stanza della sua dama di compagnia inglese, una donna che detestava, e vide il suo cagnolino bere da un bicchiere. Quanto visto non le piacque, ma non disse niente perché voleva essere gentile. Nel corso dell’ipnosi sfogò tutta la rabbia che le era rimasta dentro, poi chiese da bere e bevve una grande quantità d’acqua, svegliandosi dalla trance con il bicchiere alle labbra. Ciò fece scomparire per sempre il disturbo. Analogamente scomparvero altri sintomi dopo che venivano raccontate le esperienze ai quali risalivano unitamente all’emozione connessa.
Alcuni esempi:
1) i disturbi della vista vennero tutti ricondotti a singole occasioni che li avevano determinati: Anna, seduta al capezzale del padre malato, si faceva forza per reprimere le lacrime affinché il padre non le vedesse oppure questi le aveva chiesto l’ora ed ella, non vedendo bene, dovette sforzarsi e avvicinare l’orologio agli occhi vedendo il quadrante molto grande (ciò spiegava, ad esempio, la macropsia e lo strabismo convergente);
2) la tosse comparve per la prima volta quando Anna, seduta al capezzale del padre malato, aveva sentito provenire da lontano una musica da ballo e, desiderando di essere là, si era rimproverata: da allora aveva iniziato a manifestare tosse ogni volta che ascoltava una musica ritmata. Ogni sintomo venne così “sfogato a parole”: “ogni singolo sintomo di questa intricata sindrome venne esaminato, per suo conto; tutte le circostanze nelle quali si era manifestato vennero raccontate in ordine di successione inverso, cominciando coi giorni precedenti la degenza della paziente, andando a ritroso fino alle circostanze del primo manifestarsi. Se questo veniva narrato, il sintomo veniva eliminato per sempre” (J. Breuer e S. Freud, 1892, Casi clinici, Signorina Anna O.).
Questo metodo operava una sorta di pulizia psichica, una vera e propria catarsi. Secondo Breuer, questo metodo catartico permetteva di far scomparire i sintomi e di ricomporre la scissione psichica, e riteneva che fosse l’unico strumento capace di gettare luce sul meccanismo della formazione dei sintomi e di rintracciarne l’origine in un particolare momento della storia dello sviluppo della malattia, momento sconosciuto alla paziente.
Le ricerche di Breuer e Freud, quindi, evidenziano che alla base della comune isteria vi è un grosso trauma o più traumi parziali che sommandosi hanno potuto esercitare l’azione traumatica e che sono connessi tra loro in quanto elementi di una vicenda dolorosa; oppure si tratta di fatti di per sé non traumatici che hanno acquisito dignità traumatica in quanto si sono verificati in coincidenza di un evento traumatico (es. l’associazione musica-desiderio di ballare-padre malato fatta da Anna O.). È il ricordo del trauma ad agire come un corpo estraneo e questo deve essere considerato come un agente efficiente anche molto tempo dopo la sua intrusione. In questo senso si può dire che “l’isterico soffrirebbe per lo più di reminiscenze” (J. Breuer e S. Freud, 1892, Comunicazione preliminare sul meccanismo psichico dei fenomeni isterici).
Inoltre, la mancata liquidazione del trauma psichico non veniva attribuita soltanto alla mancata abreazione, ma anche a delle condizioni capaci di interferire con l’elaborazione associativa dell’evento. Rispetto a queste condizioni che rendono impossibile l’elaborazione associativa, le posizioni di Breuer e Freud divergono. Secondo Breuer, il meccanismo della formazione dei sintomi, evidenziato nel caso di Anna O., è sotteso da una predisposizione a entrare in particolare condizioni in uno stato di autoipnosi, stato a cui attribuisce una base organica designandolo come “stato ipnoide di coscienza” (isteria da stato ipnoide). Nell’isteria da stato ipnoide “una rappresentazione diventerebbe patogena per il fatto che essa, accolta in uno stato psichico particolare, è rimasta fin da principio esclusa dall’Io” (S. Freud, 1892, Per la psicoterapia dell’isteria). La caratteristica distintiva dell’isteria è dunque individuata non nella scissione della coscienza, come sostenuto dalla scuola francese, ma dalla tendenza alla dissociazione causata da un eccesso di eccitamento che, inutilizzato, resta a disposizione per la formazione dei fenomeni patologici: “Se tali stati ipnoidi esistono già prima della malattia manifesta, essi costituiscono il terreno sul quale l’affetto impianta il ricordo patogeno con i suoi fenomeni somatici conseguenti” (J. Breuer e S. Freud, 1892, Comunicazione preliminare sul meccanismo psichico dei fenomeni isterici).
Per Breuer la scissione della coscienza è secondaria, acquisita e può avere luogo soltanto perché le rappresentazioni affioranti negli stati ipnoidi vengono tagliate fuori dai rapporti associativi con il rimanente contenuto della coscienza.
Freud, invece, pone l’accento sul contenuto dei ricordi, sostenendo che il paziente esclude il più possibile dall’associazione le esperienze dolorose che vuole dimenticare: “Il ‘non sapere’ degli isterici era dunque un ‘non voler sapere’” (S. Freud, 1892, Per la psicoterapia dell’isteria). L’origine dell’isteria, quindi, sarebbe sempre da riferirsi a un unico meccanismo, quello di una difesa dalla spiacevolezza di una situazione che diverrebbe perciò traumatica (isteria da difesa): “Ho mostrato come nel lavoro terapeutico si sia condotti a ritenere: che l’isteria si generi mediante la rimozione di una rappresentazione insopportabile per effetto della difesa; che la rappresentazione rimossa continui a sussistere quale debole (poco intensa) traccia mnestica; che l’affetto tolto a quella rappresentazione venga impiegato per un’innervazione somatica, cioè: conversione dell’eccitamento. La rappresentazione quindi diventerebbe, proprio per effetto della sua rimozione, una causa di sintomi morbosi, cioè patogena” (S. Freud, 1892, Per la psicoterapia dell’isteria).
Negli Studi sull’isteria (1892-95), gli autori risolsero questo contrasto ammettendo l’esistenza di entrambe le forme di isteria: da stato ipnoide e da difesa. Tuttavia, Freud continuò a sostenere la propria tesi scrivendo: “non posso sottrarmi al sospetto che l’isteria ipnoide e l’isteria da difesa s’incontrino in qualche punto alla radice, e che la difesa sia là l’elemento primario” (S. Freud, 1892, Per la psicoterapia dell’isteria).
Su questa linea, Freud espone un’altra forma di isteria, l’isteria da ritenzione, caratteristica di quei casi in cui si ha il “perdurare della reazione di fronte allo stimolo traumatico, reazione che però non può essere liquidata e guarita per ‘abreazione’” (S. Freud, 1894, Le neuropsicosi da difesa), ma ritiene che “anche nell’isteria da ritenzione debba trovarsi alla radice un elemento di difesa che ha mosso tutto il processo verso l’isteria” (S. Freud, 1892, Per la psicoterapia dell’isteria).
Un altro contrasto tra Breuer e Freud è quello relativo all’importanza della sfera sessuale per le situazioni traumatiche responsabili della genesi dei sintomi isterici. Breuer ammetteva che tale sfera costituiva una fonte importante di situazioni traumatiche, ma avendo dato al caso di Anna O. un’interpretazione che escludeva totalmente elementi del genere, non accettava la tesi di Freud circa l’origine sessuale di tutte le forme di isteria.
Le teorie freudiane: dal trauma reale al trauma fantasmatico
Inizialmente Freud, sebbene avesse constatato che i traumi di origine sessuale comparissero con regolarità nel racconto delle sue pazienti isteriche, era reticente nello stabilire un nesso di causa effetto tra trauma sessuale e isteria. Egli, infatti, provenendo dalla scuola di Charcot, riteneva che “collegare un’isteria col tema della sessualità fosse una specie d’insulto: similmente a quanto fanno le stesse pazienti” (Freud, 1892, Per la psicoterapia dell’isteria).
Tuttavia, continuando a constatare la presenza ripetuta di traumi sessuali nei racconti delle sue pazienti, si convinse che il fattore sessuale svolgesse un ruolo decisivo all’origine della loro sintomatologia. Infatti, se i ricordi della sessualità infantile venivano sistematicamente spogliati fino a raggiungerne il nucleo problematico, voleva dire che erano effettivamente legati a un incontro sessuale di qualche tipo. Inoltre, realizzò che il fattore sessuale non riguardava solamente l’isteria, ma le nevrosi in generale, con la differenza che nella nevrastenia e nella nevrosi d’angoscia l’etiologia sessuale è di tipo attuale, mentre nelle psiconevrosi (isteria, ossessione) i fattori sono di natura infantile (Freud, 1898). Il trauma infantile diventa così l’equivalente di ciò che l’ereditarietà era per la scuola di Charcot, con la sostanziale differenza che il trauma è pienamente accessibile all’analisi psicologica.
Nella Minuta K (1895), denominata “Favola di Natale”, Freud espone per la prima volta la sua teoria sul trauma sessuale infantile, scrivendo che “il corso della malattia nelle nevrosi da difesa è in generale sempre lo stesso: 1) l’esperienza sessuale (oppure la serie di esperienze) traumatica, prematura, che è da rimuovere; 2) la rimozione di questa esperienza in un’occasione posteriore che ne ridesta il ricordo, e nello stesso tempo la formazione di un sintomo primario; 3) una fase di difesa riuscita, che assomiglia alla salute, eccetto per l’esistenza del sintomo primario; 4) la fase in cui le rappresentazioni rimosse ritornano, ove durante la lotta tra queste e l’Io si formano nuovi sintomi, quelli della vera malattia, cioè una fase di adeguamento, di sopraffazione o di guarigione che reca in sé un difetto”. Nello specifico, l’eziologia specifica dell’isteria viene identificata in un’esperienza sessuale passiva prima della pubertà e “la naturale passività sessuale delle donne spiega perché esse siano più inclini all’isteria” (S. Freud, 1895, Minuta K), mentre la causa specifica delle nevrosi ossessive viene individuata in un’esperienza sessuale dalla quale si è ritratto piacere.
Su questa linea, nel 1896, basandosi su tredici casi di isteria trattati in analisi fino a quel momento, Freud fornisce alcune specificazioni sulla natura dei traumi sessuali e sul periodo della vita in cui devono verificarsi per produrre i sintomi isterici: “questi traumi sessuali devono appartenere all’infanzia (al periodo che precede la pubertà) e il loro contenuto deve consistere in un’effettiva irritazione dei genitali (processi simili a quelli del coito)” (S. Freud, 1896, Nuove osservazioni sulle neuropsicosi da difesa). La passività sessuale in età presessuale era la caratteristica presente in tutti i casi di isteria trattati da Freud, compresi i casi di due uomini, e, come accennato, la prevalenza dell’isteria nel sesso femminile si poteva spiegare con il fatto che fin dall’infanzia il sesso femminile era maggiormente suscettibile di aggressioni sessuali che, nei casi di Freud, andavano da “gravi offese sessuali” a “cose ignobili”. La presenza di fattori etiologici accidentali, inoltre, riduceva la pretesa di una predisposizione ereditaria per l’isteria.
Un altro tassello importante dell’elaborazione teorica freudiana è costituito dalla rimozione; secondo Freud il nucleo dell’isteria deriva dal fatto che la persona dimentica l’esperienza traumatica rimuovendola tramite un meccanismo inconscio, quindi “sarebbe perfettamente inutile interpellare, fuori della psicoanalisi, un soggetto isterico su questi suoi traumi infantili, la cui traccia non è mai reperibile nel ricordo cosciente, ma soltanto nei sintomi della malattia” (S. Freud, 1896, Nuove osservazioni sulle neuropsicosi da difesa).
In una prima fase che va dal 1893 al 1897, dunque, Freud sostiene che alla radice di ogni nevrosi vi è un trauma reale rappresentato dall’introduzione prematura della sessualità nell’esperienza del bambino (teoria della seduzione infantile o del trauma reale). Freud scrive che il “contenuto del ricordo è, di solito, o il trauma psichico che, per la sua intensità, era atto a provocare l’insorgere dell’isteria nel malato, oppure l’evento che, per essere occorso in un determinato momento, si è trasformato in trauma. Nei casi della cosiddetta isteria “traumatica”, questo meccanismo è evidente anche all’osservazione più grossolana, ma è riconoscibile anche nell’isteria che non comporta un grosso trauma. In questo caso si riscontrano piccoli traumi ripetuti, oppure ricordi, in sé indifferenti, divenuti traumatici per eccesso del fattore della disposizione. Il trauma si dovrebbe definire come un incremento di eccitamento nel sistema nervoso, che questo non è riuscito a liquidare a sufficienza mediante reazione motoria. L’attacco isterico si deve forse interpretare come un tentativo di compiere la reazione al trauma” (S. Freud, 1892-94, Prefazione e note alla traduzione delle “Lezioni del martedì della Salpêtrière” di J. M. Charcot).
In queste prime disscussioni il trauma psichico rappresenta una reazione a un trauma reale ed ha a che fare con le “sensibilità individuali”, ovvero con l’intrapsichico. La mente nevrotica verrebbe perciò sconvolta dall’esterno, dagli altri, e l’iniziale visione del trauma ha una forma prettamente economica. In tale ottica, la causa dei sintomi isterici si lega a una situazione traumatica per il soggetto. Il vissuto emotivo, o affetto, e il ricordo dell’evento sono le due parti da cui è composto l’evento traumatico, che diviene patologico in quanto il ricordo è escluso dalla coscienza del soggetto.
Come fanno notare Laplanche e Pontalis (1967), la teoria della seduzione infantile non voleva stabilire un legame di causa-effetto tra la seduzione reale e i sintomi, ma spiegare il meccanismo della rimozione. Tale processo si realizzerebbe in due fasi, separate dalla pubertà: in una prima fase il bambino, non avendo raggiunto la piena maturità sessuale, non sarebbe in grado di provare un turbamento sessuale e di conseguenza la scena non verrebbe rimossa; in una seconda fase, che Freud colloca dopo la pubertà, un nuovo evento, unitamente alle nuove e intense sensazioni adolescenziali in virtù della maturità sessuale raggiunta, può riaccendere gli antichi ricordi e sentimenti relativi all’evento passato, provocando un impatto traumatico. È in questo secondo momento che il ricordo subisce la rimozione e produce i sintomi nevrotici. È quindi il secondo avvenimento che determina il carattere patogeno del primo e Freud chiama questo fenomeno Nachträglichkeit (in italiano “azione differita” o “posteriorità”, in francese “après coup”): “Troviamo sempre che viene rimosso un ricordo il quale è diventato un trauma solamente più tardi. La causa prima di tale stato di cose sta nel ritardo della pubertà in paragone con il rimanente sviluppo dell’individuo” (S. Freud, 1895, Progetto di una psicologia).
L’introduzione di questo concetto inizia a mettere in discussione l’unicità della dimensione economica del trauma. Quest’ultimo, infatti, si costruirebbe nel tempo, non costituendosi come un mero fatto bensì come un processo. Pertanto, l’accento della dinamica traumatica si sposta dalla fattualità esterna alla risonanza intrapsichica che essa può suscitare nella persona.
Freud inizialmente riteneva che alla base dei sintomi nevrotici vi fosse un trauma sessuale reale e continuò a cercare conferme alla sua teoria. Procedendo nelle sue indagini cliniche cominciò a dubitare delle scene di seduzione che i suoi pazienti gli raccontavano; paradossalmente, più dati Freud accumulava a sostegno della sua teoria, ovvero più pazienti recuperavano quelli che sembravano i ricordi di esperienze sessuali infantili, e meno la teoria sembrava plausibile.
I sintomi nevrotici erano infatti molto diffusi e Freud si interrogò circa il fatto che così tanti bambini dell’alta borghesia viennese subissero delle continue molestie sessuali da parte di chi si prendeva cura di loro. Mettendo insieme questi dati, Freud arrivò alla conclusione fondamentale che molti di quegli incontri sessuali probabilmente non si erano mai verificati e che quelli che lui aveva scambiato per ricordi di eventi reali erano in realtà ricordi di desideri.
Tale passaggio venne annunciato in una lettera datata 21 settembre 1897 che Freud scrisse al suo amico Wilhelm Fliess: “Voglio subito confidarti il grande segreto che ha cominciato lentamente a chiarirsi in me negli ultimi mesi. Non credo più ai miei neurotica” (S. Freud, 1897, Lettere a Wilhelm Fliess).
È bene evidenziare che Freud abbandona la teoria della seduzione infantile per questo motivo e non perché prende in considerazione la propria soggettività, ovvero perché gli viene in mente che potrebbe essere stato lui ad aver indotto nei pazienti i traumi sessuali reali che gli venivano riferiti, ma che in realtà non c’erano mai stati. Con il senno di poi, infatti, è possibile sostenere che Freud non si era accorto che, avendo una determinata teoria in testa, aveva indotto tali ricordi nei pazienti.
Il crollo della teoria della seduzione infantile portò alla teoria della sessualità infantile (o teoria del trauma fantasmatico), presentata ufficialmente nel 1905 con i Tre saggi sulla teoria sessuale ma già presente in modo ufficioso nella corrispondenza con l’amico Fliess. Secondo questa nuova teoria, che pone l’accento sui fattori dinamici nell’eziologia delle nevrosi, le fantasie e i conflitti celati sotto i sintomi nevrotici non derivavano dalle influenze esterne, ma dalla mente del bambino: “rimane la spiegazione che la fantasia sessuale si impossessi regolarmente del tema dei genitori” (S. Freud, 1897, Lettere a Wilhelm Fliess).
In questo passaggio non viene messa in discussione l’eziopatogenesi delle nevrosi, ma il concetto di trauma; inoltre, anche nei casi in cui la seduzione infantile è accertata, viene posto l’accento sull’attività fantasmatica del soggetto: anche quando gli episodi di abuso sessuale riferiti dai pazienti erano realmente accaduti, non erano loro la causa della successiva psicopatologia. Si apre quindi la via a una teoria più completa del trauma che enfatizza l’aspetto interno, senza però rinunciare al fondamento reale delle situazioni traumatiche.
In sintesi: nella teoria del trauma reale la traccia mnestica corrisponde a ciò che ha fatto l’oggetto, vi è poi la rimozione del trauma e la creazione dei sintomi nevrotici; nella teoria del trauma fantasmatico, invece, il bambino ha dei desideri sessuali verso l’adulto e ciò è indipendente dalla relazione che ha con l’oggetto.
Dunque, dal 1897 al 1905 Freud resta sprovvisto di una teoria, anche se in realtà, come si intuisce da quanto scritto fin qui, il passaggio dalla prima alla seconda teoria non è stato così lineare e progressivo. A ben vedere, Freud non abbandona una cornice esplicativa “oggettiva” per abbracciarne una “soggettiva”, ma continuerà ad oscillare tra l’una e l’altra cercando varie soluzioni di compromesso. Comunque, nella transizione dal trauma reale al trauma fantasmatico vi è il passaggio dalla violenza subita dalla figura paterna al desiderio sessuale verso la figura materna. Nel 1897 è già presente in nuce il complesso di Edipo, che verrà formalmente introdotto nel 1910 in Su un tipo particolare di scelta oggettuale per l’uomo, sebbene Freud ne faccia costante riferimento anche in alcuni lavori clinici precedenti come il caso di Dora e quello del piccolo Hans.
Nell’abbandonare la teoria della seduzione infantile e nel generare nuove e diverse riflessioni ha giocato un ruolo chiave l’autoanalisi di Freud, iniziata nell’estate del 1897 poco dopo la morte di suo padre Jacob, avvenuta il 23 ottobre 1896. Questa si è fondata essenzialmente sull’analisi dei sogni. Tramite questo lavoro, durato fino al 1899, Freud era riuscito a determinare l’importanza che la sessualità aveva avuto nella propria infanzia; nella lettera datata 15 ottobre 1897 scrive a Fliess: “In me stesso ho trovato l’innamoramento per la madre e la gelosia verso il padre, e ora ritengo che questo sia un evento generale della prima infanzia” (S. Freud, 1897, Lettere a Wilhelm Fliess). Al contrario, nel lavoro di autoanalisi non aveva trovato elementi che confermassero la teoria della seduzione infantile: sembrava, infatti, che da bambino non fosse stato sedotto, ma che aveva desiderato essere sedotto. Per Freud la tematica edipica fu certamente molto importante e forse costituisce un’altra ragione che lo condusse ad abbandonare la teoria della seduzione infantile: anziché indagare sulle specifiche difficoltà che poteva aver sperimentato nel rapporto con i propri genitori, era più accettabile ritenere che quanto emerso nella propria autoanalisi fosse comune a tutti gli individui.
Freud, quindi, cambia rotta e sostiene che il materiale patogeno non viene introdotto nella mente del bambino dall’esterno, tramite la seduzione da parte di un adulto, ma sorge dall’interno.
Come ci ricorda Mitchell (1988), quest’idea aveva delle implicazioni enormi poiché Freud stava sostenendo che la mente contenesse in sé il germe di quella frammentazione che nella teoria della seduzione infantile veniva invece provocata dalle intrusioni del mondo sociale e interpersonale; pertanto “l’innocenza infantile era un’illusione: indipendentemente da stimolazioni esterne precoci e inconsuete, i bambini sono dominati da passione sessuali potenti, inevitabilmente conflittuali per natura e impossibili da contenere all’interno di una coscienza uniforme e trasparente” (p. 40).
Questa svolta è in linea con la psicologia di quegli anni che, come sostiene Carlo Bonomi (2001), è ben riassunta dalla nozione di “rappresentazione di desiderio” introdotta da Strṻmpell nel 1895. Per Strṻmpell le idee sono patogene a causa della loro funzione nella coscienza: sono delle rappresentazioni che intercettano la volontà e imprimono un’intenzionalità ai sintomi e uno scopo alla malattia. Questa posizione si evidenzia nella lettera che Freud scrive a Fliess il 18 novembre 1897, quando la teoria della seduzione infantile è in piena crisi: “Si dovrebbe cominciare l’analisi dell’isteria con la scoperta dei motivi che agiscono al momento presente e che inducono ad accettare la malattia” (S. Freud, 1897, Lettere a Wilhelm Fliess). In questa affermazione si riflette, ad esempio, intorno all’idea che il lavoratore che sviluppa una paralisi isterica dopo essere caduto da un’impalcatura sia in realtà motivato dal pensionamento.
Dopo anni di silenzio rispetto alle formulazioni sul concetto di trauma, Freud torna ad occuparsene con Introduzione alla psicoanalisi (1915-17), un’opera che contiene la pubblicazione di diverse lezioni, quando la situazione internazionale e la prima guerra mondiale richiamano la sua attenzione per le nevrosi traumatiche. Viene introdotto il concetto di trauma come frattura e Freud sembra fare un passo indietro rispetto alla posizione di “trauma interno” alla quale era approdato in passato. Sulle riflessioni riguardanti le nevrosi da guerra, Freud elabora il concetto di barriera contro gli stimoli. Il trauma, quindi, sorge nel momento in cui un evento irrompe bruscamente nella vita della persona, causando la lacerazione di quella barriera protettiva normalmente efficace contro gli stimoli eccessivi.
L’esperienza traumatica viene dunque concepita come qualcosa che apporta un incremento di stimolazioni tale da non poter essere elaborato dall’apparato psichico. Nella lezione n. 18, intitolata “La fissazione al trauma; l’inconscio”, Freud riprende quanto formulato insieme a Breuer negli Studi sull’isteria (1892-95) ed equipara la malattia traumatica alla nevrosi, sostenendo che quest’ultima insorgerebbe per l’incapacità di risolvere un’esperienza che ha un’eccessiva tonalità affettiva. Egli riconosce una completa concordanza tra le nevrosi traumatiche e le nevrosi spontanee: “Le nevrosi traumatiche offrono chiari indizi che alla loro base vi è una fissazione al momento dell’incidente traumatico. Nei loro sogni questi ammalati ripetono regolarmente la situazione traumatica; dove compaiono attacchi di tipo isterico, che permettono un’analisi, si viene a scoprire che l’attacco corrisponde a una trasposizione completa nella situazione anzidetta. È come se questi ammalati non fossero venuti a capo della situazione traumatica, come se questa stesse dinanzi a loro quale compito attuale non sormontato; e noi prendiamo molto sul serio questa concezione: essa ci indica la via verso una considerazione, diciamo così, economica dei processi psichici. Anzi l’espressione “traumatico” non ha altro senso se non questo, economico. Con essa noi designiamo un’esperienza che nei limiti di un breve lasso di tempo apporta alla vita psichica un incremento di stimoli talmente forte che la sua liquidazione o elaborazione nel modo usuale non riesce, donde è giocoforza che ne discendano disturbi permanenti nell’economia energetica della psiche”.
Alla base di tali nevrosi agisce il meccanismo della rimozione, che costituisce la condizione preliminare per la formazione del sintomo; il sintomo presuppone che un qualche processo psichico non sia stato portato a termine normalmente in modo da consentirgli di diventare cosciente: “Il sintomo è un sostituto di ciò che in quel punto non ha avuto luogo” (S. Freud, 1915-17, Lezione 19 Resistenza e rimozione).
Successivamente, nell’opera Inibizione, sintomo e angoscia (1926), il trauma viene a legarsi con l’angoscia. In questo senso, non è più la rimozione a causare l’angoscia, ma è l’angoscia di fronte al pericolo o alla paura che questo si verifichi a provocare la rimozione. Inoltre, l’attenzione viene maggiormente posta sulle situazioni traumatiche, ubiquitarie, che si manifestano in momenti particolari dello sviluppo individuale, di passaggio da una fase maturativa all’altra, quali la nascita, lo svezzamento, l’apprendimento del controllo degli sfinteri, ecc. Vi è quindi il passaggio definitivo da un trauma di tipo reale a uno di tipo fantasmatico. Un altro apporto innovativo alla teoria traumatica è rappresentato dal rilievo che la perdita, la mancanza e la condizione di impotenza infantile (hilflosigkeit) hanno nella genesi della situazione traumatica. Questa condizione di assenza e di mancanza si contrappone a quella di presenza violenta, intrusiva e seduttiva che fino a quel momento aveva caratterizzato lo scenario traumatico. Quindi il concetto di trauma ampliato in quest’opera rimanda a una situazione traumatica complessa che mette in gioco il mondo esterno e che attiva tutto il mondo fantasmatico.
Come accennato, le elaborazioni freudiane intorno al concetto di trauma non proseguono in modo lineare, ma presentano continui sviluppi e ritorni su posizioni precedenti, oscillando tra l’influenzamento degli eventi esterni reali e quello della produzione fantasmatica e rappresentativa intrapsichica, condizionata dalla dinamica pulsionale.
Vi sono quindi due dimensioni del trauma, una economica e l’altra dinamica/strutturale, e Freud sembra enfatizzare a volte l’una, a volte l’altra. Un altro aspetto che limita notevolmente la componente economica del trauma è il concetto di “azione differita”, precedentemente esposto, che Freud introduce nel Progetto di una psicologia (1895) per descrivere il ruolo di un’azione causale che agisce retroattivamente. Freud pone alla base della teoria della seduzione infantile quelle che è possibile definire delle rappresentazioni “insature”, in quanto il loro senso/effetto patogeno viene determinato soltanto in un periodo successivo a quello in cui l’idea si insidia nella mente. L’unico carattere patogeno che egli riconosce al trauma è la “rappresentazione fotografica” della stimolazione sessuale, che soltanto in seguito, con l’attivazione della pulsione sessuale nella pubertà, produce il conflitto intrapsichico e la sintomatologia. Il modello dell’azione differita ha senso anche se si esce dalla logica della seduzione infantile e si prendono in considerazione le fantasie. Infatti, Freud introdusse la problematica delle fantasie proprio come sviluppo naturale di tale modello; in una lettera a Fliess datata 2 maggio 1897 egli scrive: “Le fantasie derivano da cose udite che sono state comprese solo più tardi” (S. Freud, 1897, Lettere a Wilhelm Fliess). Questa costituisce un’analogia tra la teoria del trauma reale e quella del trauma fantasmatico. In questo senso, non vi è differenza tra le fantasie e i ricordi degli episodi realmente accaduti. Sembra quindi che Freud cerchi di conciliare due linee interpretative opposte. Il fatto è che dopo aver abbandonato la teoria della seduzione infantile, Freud non è riuscito a farne a meno e il ritardo con cui rese pubblica questa svolta teorica viene interpretato da Balint (1969) come una “difficoltà di riconciliare la nuova teoria con le sue vecchie idee sulla etiologia delle nevrosi” (p. 430).
Conclusioni
Dalle seconda metà dell’Ottocento, Charcot ha posto l’attenzione sul concetto di trauma psichico, consentendo all’ideogenesi di affermarsi come nuovo paradigma di comprensione di quei fenomeni che precedentemente era ascritti al paradigma nervoso. Egli aveva iniziato a collegare i sintomi che insorgevano dopo gli incidenti nelle stazioni ferroviarie e nei grandi cantieri in un unico quadro post-traumatico di nevrosi che denominava “isteria traumatica”. Le persone che manifestavano tali sintomi non presentavano una lesione organica e Charcot ipotizzò che i loro disturbi potessero essere spiegati con una “lesione dinamica”: un incidente poteva suscitare l’idea di sviluppare un grave danno ed era proprio questa idea fissa che, analogamente a un parassita, svolgeva un ruolo patogeno provocando la paralisi. Charcot estese le sue riflessioni rispetto alla paralisi traumatica anche ad altri sintomi. Riteneva, dunque, che i sintomi isterici fossero provocati da una componente emotiva, ovvero da una sensazione di spavento, che causava un’idea fissa, inconsapevole al soggetto. I pazienti, quindi, non sviluppavano i sintomi a causa delle conseguenze fisiche portate dal trauma, ma a causa dell’idea che avevano sviluppato intorno ad esso. In sintesi: riteneva che il trauma inducesse uno stato ipnotico nel quale operava l’autosuggestione e ricondusse all’autosuggestione i sintomi dell’isteria. Pur contenendo elementi di novità e rottura rispetto al passato, la concezione di Charcot attribuiva un’eccessiva importanza al ruolo svolto dall’ereditarietà. Infatti, sebbene egli ponesse attenzione ai fattori scatenanti, denominati agents provocateurs e consistenti in eventi significativi nella vita del paziente, riteneva che questi svolgessero un ruolo soltanto se collimavano con una predisposizione ereditaria per l’isteria.
L’importanza attribuita all’ereditarietà viene invece ridotta dai contributi di Breuer e Freud. Negli Studi sull’isteria (1892-95), i sintomi isterici sono in stretta correlazione con un trauma motivante, dove per trauma si intende qualsiasi esperienza in grado di provocare degli affetti spiacevoli quali paura, angoscia, vergogna e dolore psichico, che, unitamente alla sensibilità della persona, conferirebbero una valenza traumatica all’esperienza. Le ricerche di Breuer e Freud evidenziano che alla base dell’isteria vi è un grosso trauma o più traumi parziali che sommandosi hanno potuto esercitare un’azione traumatica; oppure vi sono elementi non traumatici che hanno acquisito una dignità traumatica poiché si sono presentati in contemporanea a un evento traumatico. In ogni caso, è il ricordo del trauma ad agire come un corpo estraneo in grado di esercitare un effetto anche molto tempo dopo la sua intrusione. In questo senso, il trauma esercita un effetto patogeno sia perché in passato non era stato abreagito sia perché in passato vi erano delle condizioni che avevano interferito con l’elaborazione associativa dell’evento. Su quest’ultimo punto, le posizioni di Breuer e Freud divergono: secondo Breuer vi è una tendenza del soggetto alla dissociazione, una predisposizione a entrare in uno stato di autoipnosi, che sarebbe alla base del meccanismo della formazione dei sintomi (isteria da stato ipnoide), mentre per Freud la persona esclude dall’associazione le esperienze dolorose che vuole dimenticare (isteria da difesa). Un’altra divergenza tra Breuer e Freud è quella relativa all’importanza della sfera sessuale per le situazioni traumatiche responsabili della genesi dei sintomi isterici, ipotesi non sostenuta pienamente da Breuer e approfondita successivamente da Freud.
Come evidenziato nel presente elaborato, le elaborazioni freudiane intorno al concetto di trauma non hanno seguito uno sviluppo lineare e progressivo, ma hanno presentato continui ritorni su posizioni precedentemente esposte, oscillando, nella comprensione della psicopatogenesi, tra l’enfasi posta sul ruolo degli eventi esterni e l’accento posto sull’attività fantasmatica e rappresentativa intrapsichica. Se fino al 1897 Freud sostiene che la causa di ogni psiconevrosi è rintracciabile in un trauma di origine sessuale avvenuto durante l’infanzia, successivamente inizia a mettere in discussione tale idea, sostenendo che quelli che nei racconti dei suoi pazienti aveva scambiato per ricordi di eventi reali erano in realtà dei ricordi di desideri. Nel passaggio dalla teoria del trauma reale a quella del trauma fantasmatico è possibile cogliere alcune analogie e differenze. Un’evidente differenza è espressa dal passaggio dalla violenza subita dalla figura paterna al desiderio sessuale verso la figura materna. Relativamente alle analogie, invece, nella transizione dalla teoria del trauma reale a quella del trauma fantasmatico non viene messa in discussione l’eziopatogenesi delle nevrosi, che ha sempre una base traumatica, ma semplicemente il concetto di trauma, che da esterno diventa interno. Inoltre, il modello dell’azione differita, secondo cui un’esperienza acquista un carattere patogeno soltanto in un secondo momento, ha senso sia che l’esperienza passata venga intesa come un fatto realmente accaduto sia che venga intesa come una fantasia passata.
In conclusione, la transizione dalla teoria del trauma reale a quella del trauma fantasmatico non sembra essere stata completa ed è come se Freud avesse continuato sempre ad avere in testa due diverse teorie nell’eziologia delle nevrosi, una teoria “economica” e l’altra “strutturale”, basata sulle tensioni intrapsichiche: “Così la psicoanalisi aveva due teorie per l’etiologia delle nevrosi. La più vecchia delle due assume l’esistenza di un trauma sessuale precoce e la nostra comprensione dei suoi effetti è essenzialmente basata su considerazioni metapsicologiche, cioè economiche. L’evento cruciale viene dall’esterno e l’individuo non vi è preparato, causa una breccia nello scudo protettivo contro gli stimoli e inonda la mente con una quantità eccessiva di eccitazione (…) La nuova teoria parte dall’assunto che il trauma, nonostante l’apparenza, non sia un evento esterno, ma il prodotto dell’individuo stesso in forma di fantasia” (M. Balint, 1969, p. 430).
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