Dott. Luigi Antonio Perrotta
Articolo pubblicato anche su Società Italiana di Psicoterapia Psicoanalitica
Nessun esilio è possibile per la natura umana, essa tornerà sempre a interrogarci o, se ignorata, a perseguitarci. (L.A. Perrotta)
Nel 2026 arriva nelle sale cinematografiche l’attesissimo lungometraggio di Christopher Nolan, basato sull’omonimo poema epico di Omero: Odissea.
Un cast di spessore con Matt Damon, Tom Holland, Anne Hathaway, Robert Pattinson, Lupita Nyong’o, Zendaya e Charlize Theron.
L’opera ha fatto molto parlare di sé. Dall’adesione al poema originario, alle caratteristiche del cast, la specificità narrativa, l’articolazione della trama, fino alla scelta estetica e tecnica delle riprese.
Il potere dell’arte è questo: attivare associazioni, muovere pensieri e sentimenti. Un antico poema, reinterpretato, riletto e ri-rappresentato, ha il potere di evocare potenti significati e attuali rappresentazioni, toccando i nodi umani eterni che esplora.
In Il Mosè di Michelangelo del 1914, Freud scrive:
«Ciò che ci avvince con tanta forza non può essere a mio modo di vedere se non l’intenzione dell’artista, nella misura in cui lui sia riuscito ad esprimere tale intenzione nella sua opera e a renderla intellegibile ai nostri occhi. Mi rendo conto che non può trattarsi di una comprensione puramente intellettuale: deve destarsi in noi la stessa disposizione affettiva, la stessa costellazione psichica che ha sospinto l’artista alla creazione».
Quali fondamenta umane tocca Nolan attraverso l’immortalità del mito di Omero? La ricchezza dell’arte, cinema incluso, sta nella possibilità di offrire un’esperienza che ha in sé inscritti più livelli di significato.
Lo sguardo di Circe: un dono che svela.
Vorrei sottolineare, in particolare, la posizione e lo sguardo della maga Circe (interpretata da Samantha Morton), con la sua capacità di cogliere la “verità” di coloro che osserva.
Quando gli uomini di Ulisse irrompono nella casa della donna, quest’ultima, appare indifesa e terrorizzata. Successivamente si rivela pericolosa, capace di trasformare gli uomini in maiali.
Nel dialogo con Ulisse, Circe svela di essersi limitata a rendere visibile esteriormente la vera natura di quegli uomini, divenuti bestie: una natura segnata dalla violenza e dalla brutalità della guerra.
È chiara l’allusione alla domanda, drammatica e dolente, “perché la guerra?”
Cosa resta di umano quando in nome di ciò che c’è di più nobile, tocchiamo quanto di noi c’è di più brutale e animale?
Ulisse, incaricato di occuparsi della campagna di Troia, non può sottrarsi all’ordine imposto da Agamennone. Ma da cosa è mossa la guerra? Il dialogo tra Ulisse e Penelope, alla vigilia della partenza, tenta di trovarne un senso. La guerra è mossa da passioni, onore, orgoglio, amore o per profitto? Elena è causa, pretesto, spostamento? Qualunque sia il motivo, la guerra e il coinvolgimento del suo protagonista appaiono inevitabili.
L’uomo non può non (auto)distruggersi.
La complessità psichica, sociale, storica, culturale della guerra: domande aperte.
«La psicoanalisi è l’unica a poter offrire intuizioni riguardo all’Inconscio in questa particolare attività che chiamiamo guerra. Se la distruttività interiore non può essere gestita all’interno della psiche è molto probabile che si esprima attraverso forme esteriorizzate e cicli di violenza fisica e psicologica (…) La guerra offre innumerevoli opportunità per mettere in atto le fantasie distruttive dell’individuo o per vederle riattualizzate nel palcoscenico del mondo» (Barbara Piovano).
«In tempo di guerra gli uomini tendono a regredire a strutture psichiche più primitive (la posizione schizo-paranoide della Klein) o a liberare contenuti psichici rimossi (come nella teoria edipica): nel nemico l’individuo proietta l’aggressività verso il padre edipico (Freud) che è stata rimossa all’inizio della socializzazione oppure l’aggressività verso l’oggetto primario materno cattivo, scisso dall’oggetto buono (Klein). Il nemico diventa il depositario di tutte le pulsioni negative e viene vissuto come aggressivo e persecutorio» (Barbara Piovano).
Porrei una domanda, mescolando la prospettiva: mi chiedo se il tempo della guerra non sia un tempo inevitabilmente atteso dall’uomo, calcolato – spesso pretestuosamente – per confrontarsi con elementi della psiche e impulsi che non trovano altra via né forma possibile per essere elaborati o espressi. La guerra, allora, non è la causa dell’espressione brutale dell’uomo ma è il contrario: la brutalità dell’uomo non tarderà ad affacciarsi sul mondo, non appena si saranno create le giuste premesse perché ciò possa avvenire.
L’eroe lacerato.
Da questo vertice il film può essere letto come una critica (feroce) all’eroe Ulisse, che l’opera stessa in sé intende celebrare. Chi sono i nostri eroi? Siamo sicuri che Ulisse abbia usato il suo ingegno per la giusta causa?
Ulisse è lacerato dalla colpa, dal rimorso e dal dubbio. Non è lui l’artefice del crollo e dello spezzarsi della civiltà che al contempo incarna nella sua espressione massima di umanità?
Da un lato Ulisse incarna l’ideale di maestro, padre, marito, generale e amico valido, atteso senza posa né dubbio, dall’altro svela l’uomo che tenta di costruire un posto per sé stesso all’interno di un disegno – guerra, destino, dei, ubbidienza – che ignora.
Ulisse dichiara la sua complessa e dolorosa responsabilità: è responsabile del suo percorso, delle sue scelte, anche se poco armonizzate con gli dei, con il figlio, con la moglie e con i suoi stessi uomini. Un personaggio tragico che incarna la tensione di un viaggio verso la propria Itaca sempre distante e difficilmente raggiungibile.
Ulisse tornerà a casa solo quando sceglierà di “perdere il controllo”, di arrendersi all’ineluttabile verità della sua colpa. È la sua idea, il cavallo donato a Troia e al tempio di Atene, ad aver profanato il lato più nobile dei legami civili (nemici compresi).
A cosa è disposto l’uomo per la propria vittoria?
Ulisse è un uomo tragico, una parte di lui vuole dimenticare, cedendo ora al loto dei Lotofagi, ora alle lusinghe di Calipso, e alimenta una potente rimozione. Il suo viaggio rappresenta lo sforzo doloroso di recuperare la memoria, perché ciò che è stato non sia obliato e solo così se ne possa assumere il peso e scegliere come proseguire. Il viaggio di Ulisse è anche un viaggio di espiazione. Ulisse non riesce a tornare a casa perché l’uomo che vorrebbe tornare non coincide con l’uomo che è partito. Questo è un passaggio complesso e intenso, perché si sgretola l’idealizzazione onnipotente e infantile che restituiscono l’immagine del maestro puro e perfetto, del padre devoto, del generale valoroso e si incontrano il paradosso, il conflitto, l’ambivalenza e l’ambiguità, tutte le sfaccettature della tragica natura umana.
I popoli del mare: un nucleo non rappresentabile.
Solo alla fine della pellicola Ulisse viene identificato con i temuti popoli del mare, citati a più riprese durante il film. I popoli del mare sono anonimi, inqualificabili, indifferenziati, senza appartenenza e, al contempo, incarnano temi appartenenti a tutti i popoli.
I popoli del mare dissacrano ogni patto umano che regge la civiltà. Sono popoli con cui non si può dialogare, perché profanano le leggi stesse dell’incontro. Si rappresenta, così, un nucleo irriducibile di bestialità che travalica ogni tipo di organizzazione sociale.
La vittoria su Troia, il trionfo che si osanna, è resa possibile proprio dal dissacrare i patti che rendono la civiltà tale. Ulisse è colui che avvia e incarna questa dissacrazione e sembra essere anche l’unico che porta il peso di questa consapevolezza.
È possibile uno slancio verso il futuro? Resta Telemaco, il figlio di Ulisse, incoronato re di Itaca, mentre il padre, abbrutito dal feroce sterminio dei Proci, si sacrifica all’esilio.
La luce dissiperà le ombre e la civiltà ritornerà? La storia si ripete, l’umanità esplica sé stessa e la sua drammatica e spesso alienata verità.
Nessun esilio è possibile per la natura umana, essa tornerà sempre a interrogarci o, se ignorata, a perseguitarci.
Bibliografia e sitografia
Freud, S. (1966). L’interpretazione dei sogni. In Opere di Sigmund Freud (OSF), Vol. 3. Torino: Bollati Boringhieri.
Freud, S. (1975). Il Mosè di Michelangelo. In Opere di Sigmund Freud, Vol. VII: Totem e tabù e altri scritti (1912-1914). Torino: Bollati Boringhieri.
Klein, M. (2006). Scritti 1921-1958. Torino: Bollati Boringhieri.
Piovano B. Approfondimento – Il contributo della psicoanalisi al problema della guerra. SPIWEB 21-01-2014.







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