Introduzione critica: università
Ogni scelta rappresenta un compito complesso e quella dell’iter universitario, in particolare, è una tappa delicata che contribuisce in modo significativo a formare contemporaneamente la personalità umana e professionale. Orientarsi vuol dire analizzare la fantasia del “cosa voglio” e del “perché”, avere dunque la possibilità di creare uno spazio personale di riflessione e valutazione sugli obiettivi da raggiungere, le possibilità e le motivazioni a farlo.
I tempi, i contesti, le valutazioni e i “consigli”/“influenze” che ruotano spesso intorno ad una scelta universitaria, che è fortemente una scelta di vita, sono molteplici.
Ogni scelta in generale, quella universitaria, in particolare, è il prodotto di un tentativo di attribuzione di significato personale, è espressione del tentativo di offrire un senso alla propria esperienza. Dietro ogni scelta, dunque, ci sono molte più motivazioni di quelle che introduciamo coscientemente nelle nostre valutazioni.
Scelta come sintomo
La scelta universitaria, come ogni altra scelta, è un sintomo che ci dice molto della persona che la fa. Sintomo in senso etimologico, come segnale di qualcos’altro. Per sua particolare specificità psicologia è l’unica scelta che se non compresa, analizzata e affrontata, non può mai tradursi in competenza. Se non si cura il proprio sintomo non si ha nessuna possibilità di curare quello dell’altro (parlando dell’ambito clinico e terapeutico). La curiosità di tutti e la scelta di tanti di questo studio è “sintomo”, appunto, dell’interesse profondo ad avvicinarsi a questioni interne, intime e profonde, proprie e altrui. Se la scelta si ferma qui e dunque allo studio in senso stretto, non andrà lontano, non può. Questa può essere la lettura centrale rispetto a tante difficoltà di accesso professionale, almeno nell’ambito clinico. Chi non ha avuto la possibilità interna di accedere alla propria cura, risolvendo il suo sintomo, non può accedere alla cura del sintomo dell’altro.
Cosa vuol dire curare il proprio sintomo-scelta?
Nell’ambito della professionalità psicologica (nello specifico la declinazione clinica di matrice psicoanalitica) diversamente da moltissimi altri ambiti professionali, o sicuramente in misura maggiore, la costruzione della competenza dello specialista è più difficile. Quella di cui parliamo non è solo una competenza tecnica, dunque di conoscenze precise per svolgere una prestazione professionale, ma è una competenza che coinvolge la persona nella sua totalità. Per uno psicoterapeuta la competenza tecnica si mescola, a più livelli, alla soggettività della persona dello specialista. Una competenza tecnica non può prescindere da una competenza soggettiva. Per competenza soggettiva non si intende genericamente la sensibilità, la pazienza, la voglia di ascoltare gli altri, qualità che rappresentano parte di un bagaglio che può orientare ad una certa scelta professionale ma non certo sostanziarla, ma ci riferiamo ad una vera competenza nel senso di un’acquisizione, attraverso un lavoro su di sé, di una soggettività in grado di organizzarsi e strutturarsi come soggettività curante, cioè capace di collocarsi e mantenere la posizione etica e tecnica di cura nella particolare relazione terapeutica in cui vorrebbe implicarsi. In questa relazione, infatti, un errore etico diventa anche un errore tecnico. Questo è l’unico campo in cui per curare occorre essere stati curati. Senza questo passaggio la formazione e la costruzione di una soggettività in grado di affrontare la cura, non può dirsi completata.
