Come scriveva Bion, il cambiamento è reale solo se catastrofico. Ma cosa si intende per cambiamento, e, soprattutto per cambiamento in analisi? Il cambiamento non è l’adesione ad un’istruzione, spesso data dall’altro, imposta attraverso una prescrizione standardizzata, il cambiamento passa attraverso l’esperienza ed ha a che fare con l’accesso al proprio desiderio o alla definizione di quale sia il proprio desiderio. Questo percorso è lento e delicato. Poter cambiare significa poter accedere a parti di sé anche in conflitto con quelle che generalmente si mostrano e che strutturano la rappresentazione ordinaria offerta al mondo, significa accettare l’idea della mancanza, del conflitto e tollerare l’eterna ambivalenza che le polarità interne “buono” “cattivo”, integrandosi il più possibile, generano.
Perché è così difficile accedere al cambiamento? Perché significa inevitabilmente attraversale le ambiguità, la conflittualità e le ambivalenze del proprio mondo interno, del proprio desiderio e poter lavorare per assumere una posizione responsabile e soggettivata verso questa complessità.
Freud sintetizzava nel suo monito “l’illuminismo non consiste nel gridare viva la verità, ma nello scoprire quali ostacoli si frappongono ad essa”.
Questo rende l’esperienza trasformativa analitica così complessa e anche molto diversa da ogni altra esperienza di psicoterapia. Il cambiamento, inteso in questi termini, implica la delicatezza e la fatica di operare un cambiamento profondo e affettivizzato, piuttosto che indurre una modifica condizionata al comportamento e poter dire, apertamente e chiaramente, che paradossalmente il paziente pur chiedendoci di cambiare teme di farlo e più si avvicina a questa possibilità e più gli attacchi al lavoro aumenteranno. La materia bollente dell’umano svela logiche e dinamiche che si oppongono al senso comune ma sono tuttavia il senso vero del nostro agire ed è solo lì che occorre andare per cambiare, curare e per poter vivere nella maniera più ampia che ci è possibile, oltre i vincoli limitanti della sofferenza.
Tuttavia il cambiamento passa attraverso un’esperienza costruita su misura per ciascun paziente. L’esperienza di analisi permette alla persona di dire, di fare e di essere ascoltato come mai nella sua vita è accaduto altrove. È questo un aspetto centrale che rende il lavoro analitico nuovo come esperienza per il paziente, unico come modo di incontro, col terapeuta, e nuovo come modo di lavorare su aspetti centrali della propria vita. Il lavoro analitico costruisce una relazione che da un lato accoglie il mancante, il carente, ciò che ha fatto e fa difetto e, dall’altro, pensa e restituisce qualcosa da una posizione diversa, del terapeuta, che rompe la durezza della ripetizione che il paziente propone, mostrandogli, nella complessità della relazione di cura, un’altra possibilità, un’altra risposta, un altro modo per rispondere alla sofferenza. È un’esperienza unica, nuova e mai imitabile altrove e in altro modo.
