“Un analista pratica clinica nella sua più alta specializzazione. Ecco una domanda che il pubblico si pone spesso: le diverse scuole hanno punti di vista contrari? È chiaro che esse hanno differenti concezioni di ciò che riguarda l’accostamento dell’inconscio. Inoltre, nessuna persona somiglia ad un’altra. E non è il paziente che deve adattarsi per forza a un metodo, ma il metodo che deve adattarsi al paziente. […]” (P. Daco)
In realtà la storia della psicoanalisi è ricca di scontri e dissapori nel suo interno. Le evoluzioni psicoanalitiche si colorano di idee, teorie scaturite dalla clinica anche molto diverse tra loro; dibattiti su elementi da prendere in considerazione o meno nella relatà clinica e nella speculazione teorica.
Quello che è possibile affermare con certezza è che la complessità dell’uomo e della sua psiche rendono necessario un bagaglio di conoscenze molto ampio e sicuramete una notevole elasticità nel vedere la medesima problematica. Sarebbe impensabile limitare le infinite sfaccettature di senso della malattia, dello sviluppo, delle relazioni, in un unico modello teorico o clinico. Questa riduzione (a torto o a ragione di alcuni modelli piuttosto che di altri) significherebbe ricapitolare un errore già fatto da un vecchio scientismo ottocentesco che non si apre alla pluralità. Le scuole psicoanalitiche sono diverse e tutte cercano di comprendere gli stessi aspetti anche da punti di vista differenti, facendo nuove ipotesi che arricchiscono il medesimo oggetto/soggetto di indagine e le stesse modalità di intervenire sulla sofferenza mentale. Ciò che và preservato, tuttavia, è il modello psicoanalitico, fedele alla “prospettiva” e alla “dimensione inconscia”.
In una prospettiva più ampia le differenti correnti psicoanalitiche si contestualizzano e trovano una loro specificità d’essere nella storia e nella geografia psicoanalitica, integrandosi, opponendosi, completandosi, e anche arricchendosi a vicenda.
