L’importante merito di Freud è stato quello di ampliare l’esplorazione della psiche umana ed organizzare un metodo di analisi della dimensione inconscia. Anche l’approccio alla sofferenza si è trasformato, insieme al modo di intendere i sintomi, visti non solo come problematicità, “inciampi”da eliminare, bensì come espressioni di un dinamismo psichico più ampio e complesso.
Questo aspetto evidenzia la principale differenza che Freud apporta al modello psichiatrico classico. Quest’ultimo si orienta alla classificazione e dunque alla realizzazione di una diagnosi categoriale. L’interesse della psicoanalisi è andare oltre per comprendere la dinamicità del sintomo e delle sue determinanti.
L’interesse di Freud era quello di comprendere la persona che porta il sintomo, costruire un senso della sofferenza e le sue possibili cause. Il significato del sintomo, quindi, per la psicoanalisi è di grande importanza, poiché è analizzando le dinamiche che generano il sintomo, si amplia la personalità del paziente, lo si porta a scoprire le ragioni implicite, latenti, inconsce, per cui si comporta in un certo modo, soffre in quel modo, ed per cui ci sono quei sintomi, spesso incomprensibili e non riconducibili ad un “perché” secondo la logica lineare di “causa-effetto”. Il soggetto è implicato nella sua stessa cura.
Ecco per esempio, una persona che dice:
“Questo dura da parecchi anni. Ecco: esco di casa, faccio una cinquantina di metri. Poi mi domando se ho lasciato cadere qualcosa sulla soglia, mentre so di non aver lasciato cadere niente. Ma è più forte di me: torno sui miei passi, verifico. Riparto, poi ritorno, arrabbiandomi contro la mia stupidità. Verifico di nuovo. Riparto. Torno ancora impiegando mille astuzie perché i passanti non si accorgano di niente. Ancora verifico; è molto se non depongo qualcosa sulla soglia per potermi dire: “Ecco, c’era qualcosa: ora lo raccolgo. In questo modo sono certo che non c’è più niente. […] È grottesco. Mi batterei la testa contro il muro, ma non c’è niente da fare; sono spinto a farlo fino a sentirmi completamente spossato”
Questa persona dirà:
“Ma cosa posso fare contro questa ossessione?” (P. Daco)
Riflessioni: L’aspetto descritto è un sintomo, un sintomo che per il soggetto è faticoso, invalidante e sfibrante. Ci sono molte probabilità che il soggetto soffra di un senso di colpa generico (e inconscio). Potrebbe aprirsi uno scenario interno dominato da colpa per un’aggressività che non trova altro modo di palesare la sua presenza se non attraverso l’aggressione che la persona fa alle sue stesse azioni quotidiane, limitandole nel tentativo di limitare il contatto con aree interne dominate da questo affetto di rabbia (o altri affetti ancora non contattabili). Come avvicinarsi alla complessa questione che porta? Occorre costruire un lavoro che accolga questo sintomo e possa inserirlo in una cornice di significato più ampia per la persona, cogliendone le motivazioni che lo rendono necessario.
E se gli si dirà che ha bisogno del suo sintomo, che esso ha una funzione inconscia? Perché gli permetta di dire a sé stesso: “Ho fatto il mio dovere; non sono quindi in colpa, ho fatto e rifatto scrupolosamente tutto ciò che c’era da fare fino a spossarmi, ora non sono più colpevole e nessuno ce l’ha con me”. Esplicitare alla persona che il sintomo che porta e su cui si concentra, è lontano dalla causa profonda? Sarebbe una “spiegazione” poco incisiva, didascalica, che non avrebbe alcuna utilità. Il sintomo ha una funzione specifica e anche dei vantaggi inconsci. Non si può immaginare di comprendere il sintomo se non si comprende la sua storia, la sua dinamica, la sua funzione. Il paziente ha bisogno del proprio sintomo. Il complesso lavoro di un’analisi è quello di aiutare la persona a cogliere il vantaggio del proprio sintomo, la funzione indispensabile per la sua economia psichica e cogliere – in tutto il paradosso che si palesa – le motivazioni che il sintomo stesso serve e i “compiti” a cui esso adempie. Esplicitare che il sintomo ha una sua utilità, a cui la persona non può rinunciare, è qualcosa che sollecita incredulità e diffidenza, non può essere “spiegato” ma è qualcosa di cui occorre fare esperienza diretta in un percorso di cura. Solo in analisi possono emergere questi aspetti, essere avvicinati ed essere lavorarli.
Come potrebbe accogliere la persona una comunicazione ancora così lontana dal suo vissuto interno? Non l’accoglierà, anzi rigetterà ogni lettura “fuori” tempo per lui e per le disponibilità interne ad accoglierle.
Gli si dice che è assurdo tutto ciò che fa? Sarebbe inutile e anche sciocco, perché lo sa bene quanto chiunque altro e non è per puro piacere che si sfinisce con il suo sintomo.
Ragionare? Sarebbe schiacciare la questione su una logica diversa da quella su cui la dinamica del sintomo si costruisce. Siamo portati a pensare che c’è un aspetto razionale (coscienza) e uno irrazionale (inconscio). Non è una differenziazione soddisfacente e la cura analitica non è un processo ragionato né un’opera di condizionamento. L’inconscio ha le sue ragioni specifiche che vanno esplorate e comprese, che vanno incluse in una visione più complessa e ampia della persona. Così anche il sintomo, non possiamo immaginare di eliminarlo attraverso un condizionamento ma va ampliato il discorso che condensa in esso. E così che si coglie il suo vantaggio ed è così che può essere affrontato. Questo lavoro non è un ragionamento lineare. Ma quest’uomo non si sforza di farsene una ragione, con un enorme sforzo, costruendo delle cause aspecifiche a cui far risalire il sintomo o per immaginarne una spiegazione possibile? E nondimeno il sintomo persiste e ha il sopravvento.
D’altra parte, la famiglia del paziente non lo risparmia. Spesso sentiamo dire che la famiglia lo tratta da malato e problematico che non ha volontà, banalizzando il suo dolore e la sua difficoltà. Ma non cogliamo che questa persona impiega per lottare contro il suo problema, una volontà di cui ben altri sarebbero incapaci?
Suggestionare il paziente? Cosa possiamo aspettarci da un’azione simile, ammesso sortisca dei risultati? Sarebbe pericoloso, inutile e inefficace quanto condizionarlo perché impari a gestire meglio il sintomo, invece che comprenderlo e affrontarlo. La suggestione rimane in superficie, aggiunge aspetti anche estranei alla persona, piuttosto che inserire la persona nella centralità (anche inconscia) della sua condizione.
L’uomo avrebbe ancora da ridire:
“Tutto questo lo so bene quanto voi, e non ho aspettato le vostre esortazioni per cercare di uscirne”
Cosa occorre fare dunque? Occorre iniziare un lavoro che orienti la persona a prendere coscienza di ciò che avviene nell’intimo della sua personalità, accogliere “l’assurdità” del suo malessere, rimandandogli che è possibile comprenderlo, che è possibile affrontarlo da una prospettiva diversa da quella che ha tentato di utilizzare per risolverlo in maniera autonoma. È possibile che sia aiutato ed aiutarlo.
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Concentrarsi solo sul sintomo può significare perdersi nei miraggi del sintomo stesso, dimenticando che, per definizione, il sintomo sta al posto di qualcos’altro che lo determina. Il sintomo, infatti, si alimenta da un conflitto che, se non risolto, si sposta trovando diversi modi per manifestarsi. Uno stesso sintomo (o condotta sintomatica), può derivare da dinamiche interne completamente diverse. La sofferenza è grande, quando si sta male chiunque vorrebbe avere una soluzione rapida, che ripristini lo stato precedente alla crisi. Non è facile confrontarsi con il dolore, con l’angoscia che un sintomo provoca, con le difficoltà che ci pone rispetto alla nostra quotidianità (ansia, attacco di panico, condotte ossessivo-compulsive, ossessioni, allucinazioni, condotte relazionali insoddisfacenti, comportamenti autolesionistici). Occorre però comprendere che affrontare questa sofferenza richiede modi e spazi specifici e solo comprendendo cosa sostiene quel sintomo è possibile anche affrontarlo. Le diverse “tecniche psicoterapeutiche” che mirano all’esclusiva eliminazione e gestione del sintomo possono essere, almeno apparentemente, più appetibili. Ma l’esperienza terapeutica mostra quasi sempre l’insufficienza, e spesso anche il dramma, di un lavoro volto al condizionamento piuttosto che al contenimento e alla risoluzione più ampia possibile del problema. La cura psicoanalitica ha questo obiettivo, ricordando le parole di Freud citate all’inizio, comprendere lo scenario del sintomo per lavorare sulle cause e non solo sulle manifestazioni del problema. All’interno di una cornice culturale in cui l’atteggiamento psicoanalitico sembra “complesso” da “praticare” e troppo spesso “evitato”, c’è da chiedersi se non se ne avverta, al contrario delle tendenze normalizzanti, una forte necessità.
