Inizierei a rispondere con questa riflessione:
Non possiamo ascoltare la nostra voce. Ciò che ascoltiamo è una deformazione meccanica della nostra voce causata dal cranio. Per ascoltare la nostra voce occorre utilizzare uno strumento altro. Un terzo elemento che la registri. Il nostro odore. Non sentiamo il nostro odore, essendo nostro non lo si può distinguere, ci siamo abituati, solo l’altro può sentirlo. Quanto sono fondamentali, per un infante ad esempio, per due amanti, la voce e l’odore. Elementi imprescindibili e preziosi di un’unione unica. Vale questo anche per l’inconscio. Non possiamo conoscere il nostro inconscio se non attraverso “il discorso” che ne facciamo rivolto ad un altro (Lacan). L’inconscio si svela a noi stessi solo in rapporto con un altro. <<noi torniamo a noi stessi attraverso ‘una deviazione’ (Green 2000), che passa sempre per l’altro>> (Paola Marion 2007, 116). Le nostre cose più intime e così importanti non possiamo sentirle se non attraverso un altro.
Ci si può auto-analizzare, intraprendere da soli un’analisi? È impossibile. Perché prima di tutto è, evidentemente, un’esperienza di incontro con un altro in una relazione organizzata per uno specifico scopo. Inoltre, analizzarsi significa “vedersi” e fare esperienza di aspetti di sé anche rimossi e la complessa relazione entro cui tutto questo avviene, tra analista e paziente, non è realizzabile in altro modo, né in autonomia.
Se una persona conoscesse le motivazioni per cui il suo comportamento, il suo sintomo, si esprimono creandogli disagio, non gli occorrerebbe rivolgersi ad uno psicoanalista. Ciò che si esprime con il sintomo, infatti, è il frutto di una serie di trasformazioni e/o spostamenti interni messi in atto, in maniera inconsapevole, per tentare di tutelare la persona da quote di angoscia che, con questo dinamismo psichico, viene in qualche modo “lavorata” e spostata su altro. Questo è, intanto, uno dei motivi per cui la cura della persona non può estinguersi, né basarsi, sulla cura del suo sintomo.
Le motivazioni di sviluppo di un sintomo, o di una sofferenza, psichiche, sono complesse. La persona elabora coscientemente molte “spiegazioni” personali al suo stesso disagio. Ciò a cui la psicoanalisi si orienta, tuttavia, è l'”assenza” non in quanto inesistenza ma in quanto “nascondimento” ben avvenuto (rimozione) delle questioni più complesse da esplicitare e da integrare nella coscienza e che spingono, in quanto dotati di vitalità psichica, affinché vengano inclusi nello scenario interno della persona. Nulla si espelle dal mentale ma si conserva, si trasforma e si esprime sotto altre forme e il sintomo è una di quelle forme. Il processo di comprensione e analisi non è possibile che avvenga con gli stessi occhi (del paziente) per i quali i suoi contenuti interni vengono anche lavorato per essere difensivamente gestiti al meglio. Quando le modalità, difensive, di gestione di questa quota di angoscia falliscono e dunque non si è capaci di movimenti più creativi, sereni, spontanei, o si sente una difficoltà a fare investimenti più gratificanti, quando un sintomo specifico diventa disturbante e ostacola una buona qualità della vita, allora è possibile chiedere aiuto per iniziare un lavoro più ampio e trasformativo. Solo attraverso la relazione con l’Altro, formato e analizzato, si può essere in grado di cogliere il discorso latente che si organizza dietro quello manifesto dei sintomi e del comportamento. Andando oltre “le cause ingenue o secondarie” e affrontando la situazione da una prospettiva più complessa e non intuitiva.
Spesso il paziente arriva confuso, preoccupato, ha fatto tanti tentativi per cercare di “darsi una spiegazione”, “non sa come, cosa né perché possa stare male”, può affermare: “non ho niente ma sto male”. Evidenza che a “fare male” è una “mancanza” nella coscienza, mancanza di aspetti interni non ancora ri-significati o integrati, di senso o di significato. Si susseguono spiegazioni coscienti come “forse lo stress”, “probabilmente è perchè due mesi fa ho attraversato un periodo difficile”… Qualcosa “non torna” o qualcosa “non basta”. Occorre, dunque, costruire un discorso che venga accolto e rivolto ad un altro capace di significarlo e lavorarlo insieme alla persona.
I modi per “evacuare” il dolore sono tanti. Accogliere questo dolore e le motivazioni che la persona porta, le sue credenze è il primo passo per trasmettere che la comprensione e la cura sono possibili e che ciò che “non sembra esserci” o “esserci in maniera confusa” può essere avvicinato, visto, lavorato ed elaborato.
Nello specifico della tecnica, con l’evoluzione del pensiero analitico, la scoperta del transfert e gli sviluppi nella clinica, hanno messo in evidenza in maniera sempre più chiara l’impossibilità di un’analisi personale su sé stessi così come su persone con le quali si intrattiene una relazione intensa preesistente a quella (ipotetica) analitica. Queste evoluzioni ampliano la scene e l’intervento della cura psicoanalitica e mostrano più precisamente i confini e le funzioni di un “quadro terapeutico” (Masud Khan) altamente specifico, fatto di variabili e strumenti che rientrano nel complesso processo psicoanalitico, nel suo pensare e nel suo agire.
Questa specificità sottolinea anche l’importanza fondate il processo di crescita e formazione per il candidato analista, della sua analisi didattica e personale, legata all’esperienza clinica supervisionata da didatti. L’esperienza d’analisi riveste un ruolo imprescindibile ed ineludibile per la formazione analitica. L’assenza di un training così strutturato mostrerebbe, inevitabilmente, lacune insormontabili ed evidenti ostacoli nella pratica analitica.
