Precisava Freud che la psicoanalisi agisce come le arti plastiche, più che come le arti pittoriche, ovvero, nel suo intervento, la psicoanalisi agisce “per levare” e non “per mettere”. Parcellizza la struttura complessa in strutture più semplici: esplicitando le determinanti dei sintomi, le dinamiche che agiscono nel produrre specifici comportamenti e intrecci relazionali. In un certo senso, nell’atto del creare e curare, la psicoanalisi “rompe” sovrastrutture, argina, leviga, circoscrive, tiene, contiene aspetti della persona. Anche affrontare il dolore, che è un aspetto importante del lavoro psicoanalitico, può essere vissuto dai paziente come qualcosa di difficile, tuttavia è solo attraverso questo lavoro che è possibile anche procedere verso un miglioramento.
“Per via di porre” e “per via di levare”
La specificità della psicoanalisi è lavorare per via di levare.
La differenza che Freud sottolinea tra il metodo analitico e l’ipnosi, riprende la distinzione di Leonardo da Vinci tra la pittura e la scultura:
“Spesso si sente dire che l’analisi può essere pericolosa. Si sente allora parlare di analisi fallita, di pazienti che si suicidano, ecc… Cosa vi è di possibile in tutto questo? Certamente un’analisi mira a “distruggere” per ricostruire. Ma distruggere che cosa? Per ricostruire che cosa? È anche vero che milioni di persone arrivano all’età adulta senza aver mai conosciuto la loro vera personalità e, di conseguenza senza averla mai usata […] L’analisi, dunque, non vuol togliere qualcosa, ma vuol far scaturire ciò che si trova sepolto. Gli esseri umani sono carichi di potenzialità che ignorano a volte per sempre; perché sono impegnati a proteggersi da angosce profonde, a sostenere delle parti che devono mantenere per non affondare nell’angoscia (paradossalmente anche i sintomi più invalidanti sono l’appiglio ultimo a cui aggrapparsi che, pur implicando sofferenza, ne protegge da una ancora peggiore: il vuoto e la morte psichica). […] Quindi, è chiaro che l’analisi non mira a distruggere le varie personalità, ma a liberare dalla sofferenza che organizza sovrastrutture che imprigionano altre potenzialità della peronalità, altre risorse… nevrosi che spesso viene scambiata per il carattere reale. Ma è anche evidente che tutto questo travaglio interiore non si fa senza profondi sconvolgimenti” (P. Daco)
“La verità, su noi stessi in particolare, ci appare, spesso, insopportabile e tuttavia la verità ci è talmente indispensabile che ne scontiamo la perdita con gravi malattie. Cerchiamo in vari modi perciò di scoprire in un lungo processo la nostra personale verità che, prima di donarci un nuovo spazio di libertà, fa sempre soffrire”.
Alice Miller
Il cambiamento che si vive e si sperimenta in un percorso analitico non è facile da condividere né spiegare. La letteratura, il cinema, nelle forme di comunicazione proprie ci provano da sempre, eppure quella lenta scoperta e cura di sè, che avviene nella protezione del setting analitico, nel corso del tempo, in presenza di un Altro significativo – che ci rivitalizza, ci aiuta a vedere in modo diverso la ripetizione di una situazione sintomaticamente sempre uguale a sé stessa, che aiuta ad alleggerire il dolore mentale che si esprime come rigidità, confusione, impossibilità a fare investimenti più completi e gratificanti, inibizione, angoscia e quant’altro – non è semplice coglierla nella sua enorme portata emotiva, nella sua profonda ricchezza e mobilità.
Tuttavia, i fallimenti di un percorso analitico sono certamente possibili, per diversi fattori specifici e a-specifici da approfondire contestualizzandoli nelle specifiche situazioni: condizioni del terapeuta, particolarità del paziente, circostanze specifiche delle questioni e dei momenti del paziente/o del terapeuta. Si parla di analisi interminabili (timore che aleggia in maniera confusa e dogmatica). Come ogni forma di cura, quella analitica, va proposta nel migliore dei modi, esercitata tenendo a mente la complessità di un processo simile, interrogandosi sempre rispetto a chi, come e perché ci si muove in un certo modo, consapevoli che il processo analitico preserva, proprio per la natura della sua complessità, aree e direzioni non prevedibili a lungo termine né inscrivibili in una logica lineare di “causa-effetto”.
