Lo scenario
La “rivoluzione cognitivista” muta il panorama della psicologia sperimentale, che fino agli anni ‘50 era stato completamente caratterizzato dalle teorie comportamentiste.
Oggi la psicologia, prevalentemente in campo sperimentale, è infatti – in tutto il mondo, e non più solo negli Stati Uniti – saldamente in mano ai cognitivisti.
Il cognitivismo non è una scuola, non vi è mai stato un “manifesto” cognitivista (se non si vuoi considerare tale Psicologia cognitiva di Neisser, uscito però quando il movimento si era già affermato da almeno un decennio). Molti libri o articoli usciti negli anni ‘50 e ‘60 si sono rivelati solo a posteriori tappe fondamentali nello sviluppo del movimento, ed è dubbio che vi fosse sempre consapevolezza da parte dei diversi autori che hanno costruito il cognitivismo del reale senso di quanto andavano facendo o scrivendo.
Per molti hanani i vari contributi apparivano sparsi, in cui i vari autori non si riconoscevano in un movimento unitario.
Il cognitivismo come filiazione del comportamentismo
Il cognitivismo è una diretta filiazione del comportamentismo: è da questo che, sia pur per differenziarsi, il punto di riferimento dei cognitivisti.
Il cognitivismo e altre teorie che si sono poste alla sua base (cibernetica, teoria della comunicazione, teoria della decisione) entrarono nel mondo della psicologia specificamente attraverso il comportamentismo.
Il termine cognitivismo sarà utilizzato solo dopo l’uscita ne 1967 di “Psicologia cognitivista” di Neisser. In precedenza gli stessi cognitivisti si ritenevano dei comportamentisti di “terza generazione”: dopo la prima di Watson, e la seconda (il neocomportamentismo) di Tolman, Skinner e Hull, essi pensavano di vivere una nuova fase del comportamentismo chiamata “cenocomportamentismo”.
Hebb: La fase cenocomportamentistica ha inizio con D.O. Hebb.
Hebb studia le “variabili intervenienti” (i processi interposti tra stimolo e risposta, svolgentisi all’interno dell’individuo – e quindi non direttamente osservabili- introdotti dai neocomportamentisti come “costrutti ipotetici” per spiegare tutti quei fenomeni che non potevano essere interpretati direttamente come semplice corrispondenza tra stimolo e risposta).
In particolare studia i processi di “mediazione”, che consentono all’individuo di non rispondere immediatamente allo stimolo, ma che, creando delle strutture interne, fanno sì che questo possa comportarsi avendo a disposizione degli stimoli e delle risposte interne.
Hebb si distacca dal comportamentismo per il seguente motivo:
Con Hebb per la prima volta l’interesse si rivolge ai processi che si svolgono all’interno dell’individuo, non più sul piano del puro costrutto ipotetico, ma su quello del modello logico dello svolgimento dei processi mentali.
È introdotta in psicologia una tipica modalità di concettualizzare i fenomeni (propria del cognitivismo): creare modelli che di volta in volta possono fare riferimento a un’idealizzazione del sistema nervoso o ai circuiti di un elaboratore, in cui non è importante identificare realisticamente gli elementi del modello, ma che il modello sia uno schema valido sul piano puramente logico.
Il modello viene accettato o respinto se il comportamento in studio può essere simulato dal modello.
Il modello può basarsi o sul funzionamento del sistema nervoso, o sul funzionamento di un elaboratore programmato: in entrambi i casi il fatto che la simulazione dia dei risultati positivi non porta assolutamente ad accettare un’identificazîone realistica degli elementi del modello con quelli sin qui noti del funzionamento del sistema nervoso o di un elaboratore.
L’interesse è rivolto ai processi mentali, visti questi sì con occhio realistico, mentre il substrato “fisico” del modello può essere in ogni momento accantonato, e sostituito con qualcosa di diverso man mano che le nostre conoscenze si modificano.
Hebb –> l’interesse “realistico” è per i processi di mediazione, mentre assembramenti cellulari e sequenze di fase lo interessano soltanto sul piano della dimostrazione logica del modello.
Il “mentalismo” dei cognitivisti: i modelli
La psicologia cognitivista può, sotto molti aspetti, essere considerata una psicologia mentalistica.
Il termine mentalismo ha avuto una storia complessa:
La riflessione epistemologica dei comportamentisti è stata di massima molto più approfondita di quella dei cognitivisti che hanno mostrato largamente la tendenza a disinteressarsi dei fondamenti delle loro concezioni.
I cognitivisti non hanno mai mosso critiche epistemologiche, dimostrando piuttosto una certa noia e un sostanziale disinteresse per le basi epistemologiche della psicologia, in cui vedono soprattutto la sterilità e l’angustia di prospettive. Ciò può essere visto come una reazione eccessiva alla delusione proveniente dal rigore epistemologico comportamentista.
Gli orientamenti epistemologici dei comportamentisti sono stati principalmente operazionismo, neopositivismo e l’empirismo logico. Ed è relativamente a questi che vanno fatte delle considerazioni.
Operazionismo
Per i teorici operazionalisti i concetti non corrispondono ad altro che alle operazioni attraverso cui vengono effettuate determinate misurazioni. Analogamente il comportamentista ha a disposizione delle precise operazioni di misura attraverso le quali può definire sia la situazione ambientale sia le risposte del soggetto I concetti psicologici non sono altro che l’operazione attraverso cui queste due classi di operazioni di misurazione sono poste in corrispondenza.
Es: la definizione dell’apprendimento in termini di frequenza di determinate risposte in corrispondenza di certe contingenze ambientali risponde perfettamente ai criteri operazionalisti.
Segue che: le variabili intervenienti non sono altro che dei costrutti ipotetici che trovano una legittimazione solo quando le correlazioni tra variabili ambientali e variabili comportamentali non riescono a fornire un risultato univoco che possa essere interpretato senza ambiguità facendo ricorso unicamente a tali due classi di eventi osservati. Accade infatti a volte che, tale univocità non possa realizzarsi. La variabile interveniente è allora qualcosa che si può ipotizzare per risolvere l’ambiguità.
Con particolare riferimento alle teorie di Hull, le variabili intervenienti da un certo punto di vista sono realistiche, ma “celata all’interno del sistema nervoso”; da un altro punto di vista non lo sono affatto, perché nessuna operazione è in grado di definirne realmente il concetto. La variabile interveniente è pur tuttavia un concetto chiave nel sistema di Hull: è indispensabile perché l’intero sistema teorico stia in piedi.
Tolman sebbene sia il comportamentista più accurato nel definire in termini esclusivamente operazionali i suoi concetti, appare come il più cognitivista dei comportamentisti poiché:
Tolman è comunque lontano dai cognitivisti perché non è riuscito a gettare l’indispensabile ponte tra struttura mentale (i cui contenuti sono stati confinati nel limbo del concetto di variabile interveniente) e azione.
L’empirismo logico
Con l’empirismo logico l’interesse è rivolto alla scienza considerata come linguaggio, e ai rapporti che intercorrono tra linguaggio teorico e linguaggio osservativo; e alla possibilità di definire, attraverso una serie di trasformazioni sugli enunciati relativi alle osservazioni empiriche (i cosiddetti “protocolli”), gli enunciati teorici.
È in questo momento di crisi che emerge il cognitivismo.
Es: la figura-sfondo, alcune parti del campo acquistano valore diverso da quello delle altre parti, e questa situazione è reversibile, secondo le intenzioni del soggetto, che di volta in volta può stabilire quali parti del campo consîderare figura, e quali sfondo. È quindi evidente che la significanza di concetti come quello di figura-sfondo non è data né da predicati immediatamente osservativi, né dalla possibilità di operare una riduzione a predicati osservativi; ciò che infatti conta è l’ope-razione che svolge il soggetto, che determina modi del tutto diversi con cui interpreta i dati ambientali.
Dalle teorie ai modelli
Il disinteresse epistemologico dei cognitivisti si spiega anche con lo spostamento di interesse dalle grandi teorie ai piccoli modelli:
(l’enunciazione di grandi principi generali, erano state fatte dal comportamentismo, la psicologia della Gestalt, e lo strutturalismo).
Il mentalismo dei cognitivisti si manifesta nell’uso dei Modelli.
Il modello è una rappresentazione semplificata della realtà, concepita come assolutamente realistica per ciò che riguarda le funzioni svolte dalla mente, ma non per forza una riproduzione fedele di ciò che vi può essere nel sistema nervoso dell’individuo.
In altri termini, se in un modello riferito a un certo comportamento percettivo viene inserito un elemento destinato a memorizzare per tempi molto brevi le informazioni in arrivo prima del loro riconoscimento, l’autore del modello non pretende con ciò di affermare che vi sia un organo, o una parte del cervello deputata a tale funzione; più semplicemente, che tale funzione è logicamente necessaria, quale che sia la parte del sistema nervoso che la svolge; e la necessità logica di tale funzione ne costituisce il criterio di esistenza.
Il mentalismo dei cognitivisti ha quindi delle caratteristiche molto peculiari, diverse dal mentalismo metafisico contro cui era soprattutto indirizzata la polemica dei comportamentisti.
Alcune conseguenze:
Lo sviluppo storico del cognitivismo
L’inizio probabile del cognitivismo è fatto risalire alla II guerra mondiale. A Cambridge k. J. W. Craick fa ricerche sul comportamento di tracking, che lo portarono per la prima volta a concepire l’uomo come servomeccanismo. Un compito, questo, in cui vi è un bersaglio mobile che si sposta su uno schermo, e al soggetto viene chiesto di tenere allineato un segnale con il bersaglio. Il soggetto umano non appare in grado di operare più di una correzione ogni mezzo secondo. A partire da questa valutazione, lì ipotesi è che all’interno dell’organismo esiste un meccanismo decisore che deve impiegare almeno mezzo secondo per elaborare le informazioni in arrivo, e che non era in grado di elaborare un nuovo lotto di informazioni fintantoché non erano state elaborate tutte le precedenti.
Si affermava quindi per la prima volta che:
Viene riscoperto il tempo per compiere le azioni come indicatore dei processi mentali sottostanti alle azioni stesse (Donders).
Limite al funzionamento dei processi cognitivi dell’uomo:
NB: “pezzi” e non “singoli elementi” (per cui per memorizzare 21 numeri è preferibile memorizzare 7 gruppi da 3 numeri).
La memoria
Temi prediletti dai cognitivisti cono la memoria a lungo, breve e brevissimo termine, vigilanza, tempi di reazione, l’attenzione (selettiva), il linguaggio.
La memoria era studiata anche dal comportamentismo per gli stretti legami con l’apprendimento, ma per essi non aveva senso distinguere tra diversi tipi di memoria a seconda dei tempi di memorizzazione.
L’unità TOTE
L’influenza della cibernetica o la teoria dell’informazione per lo sviluppo del cognitivismo si fa sentire nell’opera: “Piani e struttura del comportamento” di Miller, Galanter e Pribram, libro che è una pietra miliare del cognitivismo.
In questa opera:
Il linguaggio – Chomsky
In “Piani e struttura del comportamento” si parla di “piani per parlare”, con riferimento alla psicolinguistica generativo-trasformazionale di Noam Chomsky.
La considerazione del linguaggio fino agli anni ‘50 era saldamente in mano agli strutturalisti (in linguistica): esso trascurava l’“utente” linguistico, e si concentrava maggiormente sull’analisi del messaggio.
Allo strutturalismo linguistico fanno riferimento prima di tutto i comportamentisti.
La prospettiva ecologica: modularismo e annessionismo e la scienza cognitiva
Il cognitivismo tra gli anni ‘80-90 si va diversificando lungo due filoni:
Il punto di partenza: l’autocritica.
Neisser (nel 1976) muove tre fondamentali critiche alla psicologia cognitivista:
La prospettiva ecologica
Secondo Neisser (influenzato da Gibson) le “informazioni” che l’individuo elabora vanno viste nell’ambiente, perché è lì che sono, ed è l’ambiente che le offre. Nella sua nuova concezione, l’individuo possiede nella sua struttura cognitiva degli “schemi” che gli consentono di coglierle, e che costituiscono il fondamentale legame tra percezione e pensiero.
Si afferma così una nuova linea all’interno del cognitivismo: la linea “ecologica” (dati i richiami a Gibson, ispiratore di gran parte della ricerca successiva)
Gibson rifiuta quello che è il postulato primo del cognitivismo che sottolinea come la mente sia capace di rappresentazione ed elaborazione delle informazioni.
Teoria della percezione diretta: le informazioni sono già presenti nello stimulus array, nella stimolazione come si presenta direttamente al soggetto; il soggetto coglie le informazioni direttamente dalla stimolazione in quanto affordances (to afford = fornire) presentate dall’ambiente in relazione al valore evolutivo che hanno per l’organismo –> il soggetto non deve ricorrere a sistemi computazionali, flussi informazionali, strutture rappresentazionali.
La scienza cognitiva
In direzione opposta alla tendenza ecologica, si raggruppano studiosi delle più diverse provenienze, che hanno dato inizio alla cosiddetta “scienza cognitiva” che domina il quadro contemporaneo.
Nasce nel 1977, quando R. Schank, A. Collins e E. Charniak fondano una nuova rivista chiamata “scienza cognitiva”.
Il programma della rivista ha come punti fondamentali i seguenti elementi:
La scienza cognitiva si configura come una vera e propria disciplina autonoma con provenienze e apporti multidisciplinari, e sempre meno come uno sviluppo del cognitivismo interno alla psicologia.
Modularismo e Connessionismo
Sono i 2 paradigmi della scienza cognitiva dominanti negli anni ‘80.
Il modularismo (di Fodor) sostiena:
I sistemi di analisi dell’input hanno queste caratteristiche:
Connessionismo
C’è una forte presenza dei sostenitori del connessionismo (Rumelhart e MacClelland). Un paradigma basato su due ordini di considerazioni: tecnologiche e (neuro)psicologiche:
la struttura dei calcolatori (di terza/quarta generazione) si è rivelata sempre più inadeguata rispetto a compiti molto complessi, per via di a) un’architettura sequenziale; b) una memoria passiva che non può essere utilizzata per compiere le operazioni; c) e quindi con una strozzatura tra memoria e processore, che produce un rallentamento globale del sistema, anche se le operazioni possono essere eseguite singolarmente in tempi brevissimi.
esiste incongruenza tra l’hardware del SNC e quello dei calcolatori:
Il connessionismo suggerisce una modellistica con funzionamento parallelo massivo (modelli connessionisti a parallelismo massivo).
Con ciò si è ripresa la vecchia concezione interattiva di campo della Gestalt. Anche principi di minimo, o di economia, che regolano il funzionamento del campo, possono essere concepiti anche attraverso l’interazione diretta di numerosi eventi mutuamente indipendenti.
Le teorie del campo potrebbero trovare un nuovo impulso basandosi su questi modelli.
Il modelli processuali si omogeneizzano con i modelli computazionali, potendosi concepire la computazione in termini di interazione diretta tra un ampio numero di unità locali nel cervello. Questa concezione della computazione può essere intesa come una versione formalizzata di due tradizioni di pensiero tradizionalmente distinte: idee qualitative delle funzioni del cervello di Kohler l’approccio connessionista di Hebb.
