Una ferita nel cuore dell’umano (racconto)
Attenzione – Istruzioni per l’uso:
-Se avete lo stomaco debole non leggete questo racconto!
-Se cercate un messaggio di calore e rassicurazione, scartate un bacio perugina, potreste essere più fortunati.
-Se non avete voglia di leggere cose “pesanti”, continuate a scartare i vostri regali senza proseguire oltre.
-Se cercate colori brillanti, atmosfere intime e messaggi recitati da Pollyanna in persona, siete nel posto sbagliato!
-Questi sono auguri crudi, duri, siete stati avvisati!
-Per chi sceglie di proseguire, buona lettura!
Auguri a tutti!
Dott. Luigi Antonio Perrotta

Il cielo era velato quella notte. Un mantello di nebbia opprimeva il mondo.
«Giuseppe, ho paura…»
«Anche io Maria, tanta», le sussurra all’orecchio, cingendole la vita col braccio.
I loro abiti sono rigidi e logori, la polvere e la sozzura li ricoprono come glassa invecchiata su un dolce muffito.
«Dovremmo esserci quasi», continua Giuseppe. La sua voce vibra scossa dall’apprensione.
Una spessa coperta che Maria stringe al petto sussulta.
I genitori trattengono il respiro.
Maria ne scosta un lembo ed entrambi fissano la loro bambina.
Era precipitata nel sonno dopo un lungo pianto disperato.
Scorgono le guance arrossate, le ciglia bagnate di lacrime, il naso incollato di muco e un rivolo di latte seccato dal freddo.
Il respiro della bambina è un rantolo.
Fa freddo, una lama tagliente che ferisce la pelle esposta.
Tirano su la coperta e proseguono.
La fila era lunga e l’attesa snervante.
Una processione di vite ignorate.
I pensieri si annodano in un groviglio inestricabile, come le erbacce ai lati della strada malmessa.
Alcune luci ruotano freneticamente accompagnate da un bisbiglio.
A poca distanza si affastellano cinque figure scure. Due ferme di lato e altre che entrano ed escono con rapidità dalla fila compatta.
Voci rudi, accenti diversi, timbri freddi e distanti. Occhi vitrei senza calore.
«Andrà bene?» sospirò Maria.
Giuseppe la guarda senza risponderle, prima di puntare nuovamente lo sguardo in avanti, colmo di paura e di dubbio.
***
(…)
***
Il cielo era ferito da lampi di luce e un fumo scuro esalava come l’ultimo respiro del mondo.
È freddo. È buio. È terribilmente silenzioso tutt’intorno.
Giuseppe apre gli occhi. Sopra di lui il cielo è una lastra di fumo e nebbia andata in frantumi.
Un sibilo perforante gli martella la testa.
(…)
***
Il cielo era tinto di rosso. Un sudario di morte per le anime smarrite della terra.
(…)
I loro occhi si abituano lentamente al buio. Si riconoscono e si ritrovano bagnati dal lucore che penetra dalla fessura in alto nella stanza.
Maria stinge e dondola la sua piccola. Caccia il seno e prova ad avvicinarglielo.
La bambina piange, si dibatte, morde il seno, Maria fa una smorfia di dolore prima di riprovarci. Giuseppe le stringe entrambe, dondola come una ninna nanna senza rendersene conto.
Una nenia per calmarsi, una nenia per scappare dal quel posto, una nenia per capire di essere ancora vivi e, forse, lontani anche dagli uomini della frontiera.
Giuseppe sente il cuore di Maria scalciarle in petto, stretto a lei la sente agitarsi, piangere, tossire ancora, cercare di calmare la loro figlia, inconsolabile. Le stringe ancora più forte.
Maria si dimena e riprova ad offrire il seno alla piccola. Le strilla si placano, gli spasmi si diradano, Maria respira meglio, con più regolarità.
Giuseppe scivola via, si ispeziona il labbro che ha rallentato il suo sanguinamento restando gonfio e dolente. Prende a tastarsi il corpo cercando di capire se va tutto bene. È pieno del sangue di qualche altro disgraziato dilaniato dall’esplosione.
La bambina si zittisce, finalmente inizia a poppare, Maria le soffia delicatamente sul viso, poi si libera dello scialle e per la prima volta sente la tensione del suo corpo sciogliersi un poco. Non desidera altro che la sua bambina smetta di piangere, che stia tranquilla e che stretta nelle sue braccia possa sentirsi un po’ più al sicuro.
Giuseppe le guarda e inizia a piangere.
«Come faremo…?», con il volto che affonda nel palmo delle sue mani.
Maria lo guarda, non sa cosa dire. Fissa la piccola che trema mentre si nutre dal suo seno, voracemente. Torna a guardare Giuseppe e inizia a piangere anche lei.
«Non lo so come faremo» sussurra, sporca di lacrime e muco.
Scivolano tutti e tre in un silenzio rumorosissimo, nuovamente tutti vicini, per riscaldarsi e per dare calore alla loro figlia. Giuseppe resta in silenzio Maria come lui.
Giuseppe guarda il cielo dalla fessura irregolare in alto, nella parete della stanza.
Restano così, per ore, per ora. In attesa che il mondo si ricordi di loro, che gli offra un posto dove andare, un pensiero fatto di pietà e di compassione.






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