13 Maggio 1978: finalMente la legge 180
Paul Klee – Funambolo (Immagine)
13 Maggio 1978
Una delli frasi che più amo di Basaglia, a mio parere profondamente rappresentativa della sua riforma, è la seguente: «Aprire all’istituzione non è aprire una porta ma la nostra mente di fronte a questo malato».
Di seguito una riflessione – poetica – della collega Giurita Zoena per evocare la complessità, l’importanza e la fondamentale necessità di “aprire la nostra mente” alla sofferenza mentale. In un momento delicato in cui occorre riflettere attentamente su una pericolosa strumentalizzazione mediatica che sollecita timori di “mettere mano” alla legge n° 180 del 13 maggio 1978. Occorre riflettere sul fatto che una medicalizzazione difensiva della salute mentale debba essere controllata e limitata, e sottolineare fortemente che siamo allo stremo per sofferenze che non trovano spazio, posto, risorse per essere affrontate adeguatamente, non solo silenziate, e gli epiloghi drammatici sono evidenti e li conosciamo tutti.
La chiusura dei manicomi deve poter coincidere con l’apertura verso la piena attualizzazione dei propositi iniziali della riforma Basaglia, e continuare a crescere nel solco delle evidenze scientifiche e dell’umanizzazione del malato mentale.
Buona lettura
Luigi Antonio Perrotta
Giurita Zoena – Psicologa Psicoanalista. Membro Associato della Società Italiana di Psicoterapia Psicoanalitica SIPP. Docente Scuola di Specializzazione SIPP, Milano. Esperta in Psicologia Forense-Perizia Psicologica e Giudice Onorario TM Torino.
A tutti gli amatissimi amici
“Che all’odio e all’ignoranza preferirono la morte”[1]
IL FUNAMBOLO di Eugenio Lucarelli [2]
Al mio amico Marco
Eccolo là!
Nel punto esatto dove l’avevamo lasciato ieri
due passi avanti, quattro indietro
e poi quattro avanti, due indietro
con le braccia distese nell’aria pesante dei nostri sguardi miserevoli
tentato dal chiudere gli occhi sempre fissi sui suoi passi…
intento a bestemmiare il cielo
perché mai una volta gli ha concesso una stella.
Due passi avanti, quattro indietro
e poi quattro avanti, due indietro
violentato dalla rabbia di non vederne mai la fine
semmai qualcosa avesse avuto mai inizio…
perennemente in bilico sul punto di non ritorno
dove c’è un vento che spira sempre da una parte sola
e squarcia le vele a chi ha deciso di andare…
Eccolo là
il luogo che gli uomini retti non dovranno mai calpestare!
Eccolo là l’uomo
sul quale puntare la nostra insignificante misericordia, ancora umida di acqua santa!!
Due passi avanti, quattro indietro
e poi quattro avanti e due indietro
inesorabilmente aggrappato al vuoto della nostra normalità
in uno spazio guadagnato nel nulla
a delineare l’invisibile confine
tra cio’ che non è stato
e cio’ che invece abbiamo spudoratamente spacciato per vita…

Il valore della ricorrenza del 13 maggio ha assunto per me, nel corso degli anni, un significato affettivo molto profondo che mi suscita molteplici riflessioni controverse anziché spingermi a celebrare soltanto l’evento della chiusura dei manicomi, così come il nostro Paese li aveva conosciuti prima dell’avvento dei servizi di psichiatria territoriali. E così, nell’attesa di questa data, mi sono più volte posta questo interrogativo: ma tutti i pensieri che non possono essere narrati vengono espulsi dalla coscienza, rigettati a causa dai meccanismi difensivi in quella porzione della mente in cui c’è spazio solo per l’angoscia e gli agiti distruttivi? Ebbene la risposta che più e più volte sono riuscita a formulare è che, anche quando i nostri pensieri rimangono congelati in una matrice indistinta che ne impedisce il dispiegarsi, se siamo fortunati abbiamo la possibilità di imbatterci in certune persone, i poeti, che possiedono il dono di trasformare per noi i pensieri impossibili in canto. Se prestiamo attenzione, infatti, nei momenti di stanchezza in cui il corpo chiede ristoro, anche la mente lascia trapelare la sua richiesta di ricevere un canto che possa accompagnarla nel suo quotidiano lasciarsi andare per provare a mettere in musica affetti e pensieri scomodi.
Imbattersi in una poesia non è mai una casualità, ma sempre un incontro: ciascuno di noi, sollecitato dall’emergere di bisogni specifici, sa dove e cosa andare a cercare per poterli nutrire, per cui se ci poniamo davvero in ascolto di noi stessi sappiamo anche dove dobbiamo mettere le mani tra scaffali e scartoffie della nostra libreria. “Il funambolo” l’ho stampata su un foglio bianco ormai sgualcito, ma è lì, in un punto ben visibile, quasi a portata di mano, e la sua lettura ha scandito queste prime serate primaverili di maggio. Si tratta di una poesia a me molto cara, che percepisco armonica e musicale, come una sorta di nenia dolce e intima, attraverso la quale posso davvero constatare il valore aggiunto alla mia esistenza dalla ricchezza delle sue parole. Quando la rileggo ho sempre la sensazione che il Poeta, in un atto completamente gratuito, senza sapere né pretendere, offra un cantico e una melodia a chi non è capace, o non può, filare quell’armonia musicale che rende pensabile il pensiero in-digerito. E allora succede che questa nenia soave e aspra, cantilenante e pungente, lascia che i ricordi si immergano nel profondo oceano degli affetti indicibili e delle parole che non possono essere pronunciate, avvicinandoci delicatamente, fin quasi a toccarla, a ciò che noi chiamiamo follia, ma altro non è che dolore opaco e acuto.
Leggendo lentamente compare un’immagine. Un’immagine che ci fa versare una lacrima e ci commuove: il funambolo, davanti al quale siamo frastornati e carichi di meraviglia. “Due passi avanti, quattro indietro/ e poi quattro avanti, due indietro”. A guardarlo da lontano sembra un bello spettacolo, ci chiediamo se ce la farà a restare in equilibrio lassù sulla corda, ma poi siamo scossi da un brivido, dalla paura che cada, e continuiamo a guardare quella danza solitaria, che tuttavia non ci coinvolge. Anzi, ci lascia inermi, avvolti da una immobilità in cui il corpo e i sensi sembrano poco responsivi. Come è possibile? Credo che accada perché ciascuno di noi, per un breve e intensissimo attimo, riconosce il funambolo! Riconosce nell’uomo sulla corda il proprio vicino di casa, la propria madre, il suo più caro amico. Riconosce se stesso immerso nella sua frenetica vita. Il funambolo dunque, in questo senso, diventa l’incarnato dell’umanità intera che vacilla nel ricercare l’equilibrio. “Due passi avanti, quattro indietro/ e poi quattro avanti, due indietro”. Ho l’impressione di sentirla davvero questa musica, come un sottofondo che mi tiene compagnia.
Non ho potuto fare a meno di associare questa poesia al ricordo di questa giornata, in cui viviamo una ricorrenza tanto sentita quanto controversa: l’anniversario della promulgazione della legge n° 180 del 13 maggio 1978, conosciuta più che altro come legge Basaglia, dal nome del medico psichiatra che l’ha fortemente voluta per portare l’Italia verso la chiusura definitiva dell’istituto manicomiale. È una giornata fondamentale durante la quale non si può tacere affinché si possa continuare a promuovere i processi di cura e di integrazione della salute mentale all’interno di una società consapevole che sa accogliere.
L’esperienza di Franco Basaglia, esponente della psichiatria fenomenologica e fondatore di Psichiatria Democratica, nell’ospedale di Gorizia è molto più dell’esito che ha poi determinato la Legge che porta il suo nome: è un vero e proprio capovolgimento. Gli ospedali si trasformano da luoghi di contenimento della patologia psichica attraverso elettroshock, contenzione fisica e misure disumanizzanti, in spazi in cui la sofferenza psichica viene riconosciuta e può esprimersi per mezzo dell’arte, della parola, della creatività, dell’ascolto. Viene in questo senso istituita una forma di comunicazione del tutto nuova con il paziente psichiatrico.
Tuttavia mi domando, dopo questo capovolgimento cosa sia davvero cambiato. Non di certo i tópoi, i luoghi, soprattutto i luoghi comuni, della nostra mente, per cui ecco che di nuovo la nenia comincia a risuonare nelle mie orecchie: “Eccolo là l’uomo/ sul quale puntare la nostra insignificante misericordia, ancora umida di acqua santa!!” Chi è l’uomo? L’amico bizzarro che non abbiamo mai compreso? La vicina di casa che non si allontana mai dal suo appartamento? Siamo noi con la nostra paura di non essere mai abbastanza per noi stessi e per gli altri? Chi è il paziente psichiatrico?
Il pensiero dominante è che la scelta migliore sia ad ogni modo delegare la cura della sofferenza mentale all’istituzione, che pur avendo preso nel corso di questi ultimi quarantacinque anni una forma differente, è pur sempre percepita come un’organizzazione avulsa dalla comunità umana nella sua interezza e di cui quest’ultima non si fa carico. Credo con fermezza che oggi non occorra fare bilanci e valutazioni per stabilire chi debba occuparsi della salute mentale dei cittadini e come; occorre piuttosto ricordare e fare chiarezza su che cosa sia umano, vivente e sacro. Umana non è la spettacolarizzazione della malattia né tanto meno della cura. Esistono delle forme morbose di comunicazione, volte solo a provocare terrore, suscitando nella collettività sentimenti di insicurezza e impotenza, e rievocando aspetti difensivi primitivi. Umano non è il rimanere carichi di meraviglia ma inermi. Umano non è neanche il fine a cui l’essere umano deve tendere bensì lo strumento che lo accompagna verso il vivente e il suo riconoscimento. La vita non può andare avanti e non esiste più un a-(v)venire, se l’esistenza della comunità è bloccata nello statico guardare a distanza la sofferenza psichica, che include atteggiamenti di paura e giudizio. Bisogna piuttosto appellarsi e attivare quel sapere universale dell’umano che sostiene l’esistenza, la nostra e quella dell’altro, e che si declina in un saper-essere e un saper-fare che nutre la vita. Non la guarda da lontano né dispensa misericordia umida di acqua santa, come dice la poesia. Anzi. L’etimologia latina di misericordia richiama gli aspetti fragili del cuore, quella debolezza che sa riconoscere la bellezza dell’umano vivente, e che va oltre: misericordia è forza empatica che sostiene, nutre e tiene in vita. È la spinta auto-conservativa che contempla l’evidenza che ci si salva tutti insieme e non singolarmente, e soprattutto ci si salva sporcandosi le mani e impastando l’umanità gli uni degli altri. Anche il processo evolutivo funziona così, nessuna specie è sopravvissuta se non rispondendo all’imperativo primordiale che il branco cura e ripara se stesso, e nello specifico la specie umana ha potuto fare un balzo in avanti perché si è distinta per e nella cura dei membri fragili. Che fine ha fatto questo imperativo ancestrale?
La vita sacra, di cui ciascuno essere umano è espressione, necessita di un recipiente comunitario che non si paralizzi a guardare il funambolo, ma che sappia diventare contenitore che regge e al contempo arcolaio che fila relazioni umane e simboliche. Ed è in questa vicinanza di esistenze che si genera lo sposalizio tra cura e vitalità. Uno dei possibili significati che possiamo attribuire al nostro percorso di vita sta proprio nell’opportunità di affrontare quel processo di individuazione, attraverso cui ciascuno di noi tende sempre di più ad assomigliare a se stesso, attraverso l’espressione delle proprie potenzialità in spazi liberi e nuovi. Spazi collettivi pienamente accoglienti che colorano affettivamente l’esperienza, anche quella della sofferenza e in modo particolare della sofferenza psichica. Esattamente come il vino che da acino frutto della vite diviene espressione della forza vitale e nutritiva della terra e del sole, la comunità offre un senso e dispensa cura all’esperienza trasformativa umana.
Nell’incontro con il funambolo fuori e dentro di noi possiamo accostarci alla nostra umanità, che altro non è che il sentire nella parte più profonda di noi stessi che ciascuno è un accidente caduco, ma è anche un’incredibile e fondamentale parte di un percorso di umanizzazione, iniziato milioni di anni fa e non ancora concluso. In questo senso una poesia per la mente a volte è un antidoto che ci accompagna nel processo di risveglio da quegli stati di torpore che caratterizzano le battute d’arresto del percorso evolutivo di umanizzazione. Non è semplice per noi esseri umani guardarci a figura intera, preferiamo sempre frammentarci. Ma non saremo mai né troppo ciechi né troppo vecchi per iniziare a farlo: il nostro compito filogenetico e ontogenetico è dispiegarci completamente, perché se stiamo chini e accartocciati non siamo più noi stessi. Ciascuno di noi ha bisogno dell’Altro per sentirsi descritto “come un quadro indagato/ a lungo e da vicino,/ come una parola compresa bene” [3].
La dimensione del prendersi cura della salute mentale è fortemente sostenuta dal risveglio dal torpore della consapevolezza, e potrebbe sembrare un paradosso che sia proprio la musicalità ritmica e soave di una poesia la deputata ad assolvere questo compito. Quando la vita si trasforma in canto gli occhi si aprono su un processo di responsabilità che ci coinvolge tutti e che ci dirige verso l’unico percorso possibile di crescita e integrazione. È doveroso, dunque, comprendere che i vecchi luoghi da dismettere non sono più soltanto i manicomi, bensì i nostri tópoi mentali, perché non rappresentano altro che lo spazio in cui giudizi e preconcetti ereditati socialmente e culturalmente, se non addirittura familiarmente, vengono agiti nel concreto poiché esclusi dal pensiero e dalla elaborazione. Il processo che ci fa andare verso noi stessi è uno spazio aperto, che segue la strada che riusciamo a tracciare da dentro a fuori di noi, e che ci conduce esattamente verso l’Altro. Ed è allora che saremo in grado di concepire che nel nostro nuovo tópos è pensabile una musica e una danza di funamboli in cui ciascuno non si senta più solo.
[1]Verso appartenente alla canzone “Preghiera in Gennaio” (1967) del cantautore genovese Fabrizio De Andrè.
2Autore beneventano, vincitore di numerosi riconoscimenti, le cui poesie sono raccolte nel volume “Poesia sul palco” edito da Pagine, Roma.
3Hillesum E. (1941), Scritti. Adelphi, Milano, 2021, pag 293.
Bibliografia
Bion W. (1962), Apprendere dall’esperienza. Armando Editore, Roma, 2009.
Chianese D. (2020), Il vivente e il sacro. Astrolabio, Roma, 2020,
Della Rocca R. (2022), Camminare nel tempo. Giuntina, Firenze, 2022,
Hillesum E. (1941-1943), Scritti. Adelphi, Milano, 2021,
Lucarelli E. in Poesia sul palco. Pagine, Roma,
Morin E. (2020), Cambiamo strada. Cortina, Milano, 2020,
Ogden T. (2008), L’arte della psicoanalisi. Cortina, Milano, 2008.
Vergine A., De Silvestris P. (2010), Dio, l’inconscio, l’evoluzione. Franco Angeli, Milano, 2010,
Vergine A., De Silvestris P. (2013), Prendersi cura. Sul senso dell’esperienza psicoanalitica. Franco Angeli, Milano, 2010.






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