Riflessioni sparse tra corpo, psiche e cura della complessità.
Immagine: Sguardo dal rosso (Paul Klee, 1937)
Dott. Luigi Antonio Perrotta
Premessa storico-critica
Siamo eredi del pensiero di Platone prima e di Cartesio dopo, un’eredità che propone una divisione tra aspetti del corpo e aspetti dall’anima (della psiche). Una divisione “opportuna” e “necessaria”, nel suo tempo, per consentire lo studio del corpo per la medicina. La psiche resterà per molto altro tempo oggetto di esclusiva speculazione religioso-filosofica.
Le conoscenze si ampliano, una maggiore attenzione e una specifica sensibilità verso un’integrazione tra elementi fisici e psichici sono assunti dati. Citando David Lazzari (2023) «Anche il rapporto tra psiche e salute è sempre più chiaro nella coscienza collettiva oltre che nelle evidenze scientifiche» [1]. Questo processo di integrazione resta un percorso delicato, complesso e non senza criticità. Vorrei riferirmi a questa divisione tra psiche e corpo che è alla base di un assetto (epistemologico, culturale, sociale) specifico che, sebbene in misura diversa, perdura tutt’oggi e deve essere oggetto di riflessione e discussione.
Le evidenze supportano e dimostrano una visione in cui l’uomo è una unità indivisibile corpo-mente, psiche-soma. Un aspetto critico è che la psiche corre il rischio di essere (fra)intesa, ingenuamente e implicitamente, come elemento marginale e distribuita nella scala di priorità ad una posizione elitaria piuttosto che di salute con diverse ricadute gravi sul piano sanitario e assistenziale e sociale.
Cos’è la psiche? Una descrizione dettagliata, nonché una disamina del rapporto tra psiche e aspetti genetico-biologici può essere trovata al documento: Evidenze per il lavoro psicologico. Dati e scenari dalla ricerca, [2] in cui si cita quanto segue:
«La psiche può essere definita come l’insieme delle attività mentali, sia di tipo conscio che inconscio. (…) La psiche è quindi un vasto sistema che sorge dall’attività dei network cerebrali e degli altri network dell’organismo, che, al tempo stesso, è capace di retroagire sui sistemi biologici influenzandone le funzioni».
La psiche è corpo e il corpo è psiche. Una persona che si ammala nel corpo si ammala anche nella psiche, è una persona che soffre. Una persona che si ammala nella psiche si ammala anche nel corpo, è una persona sofferente.
Per la logica epistemologica che ha plasmato, organizzato ed orientato la scienza e la conoscenza occidentali ci si è mossi sulla divisione psiche e corpo, dando priorità, classificazioni, ordine e posizioni diverse ai temi che si affrontano. Un percorso medico spesso ha scarsi riferimenti alla psicologia e anche peculiari assunti di base rendono difficile una reale integrazione; la psicologia, di contro, è spesso abitata da psicologismi che ne diluiscono la consistenza relegandola ad una presenza emotiva non facilmente qualificabile. Per il perdurare di alcuni di questi “fraintendimenti” la cura viene (dis-)orientata in termini di priorità dove si divide ancora, impropriamente, il corpo e, forse dopo, qualcosa che si definisca psiche, dove psiche diventa il “resto” in termini non definibili entro confini puramente organici e perdendone completamente di vista il fondamentale legame.
Ciò che occorre lavorare è, dunque, un impianto di credenze, radicate anche nell’epistemologia del sapere e della cura, che cambiano il nostro modo di intendere la persona, la cura e la sofferenza e anche il nostro modo di vedere i luoghi della cura e tutti le istituzioni in generale. La letteratura scientifica è vasta e chiarisce come un impatto positivo del benessere psichico ha un’incidenza diretta sull’andamento delle cure mediche ad esempio. Diversi studi dimostrano che una percentuale elevata delle domande di aiuto rivolte al pronto soccorso o ai medici di medicina generale interessano aspetti complessi che coinvolgono la persona, come soggetti sofferenti, di referenti non prettamente di tipo medico-organico, e se accolti e pensati secondo una logica più ampia ed integrata trovano esiti molto diversi e spesso più favorevoli. Interessante a questo proposito il lavoro di Fabio Vanni relativo ai giovani e all’accesso ai pronto soccorso [3] e la ricerca di Luigi Solano che argomenta l’interazione, la difficoltà, la possibilità e i risultati della collaborazione tra medici di medicina generale e psicologi nei medesimi ambulatori [4].
Ricerche internazionali sottolineano come una buona salute mentale incida in maniera profondamente significativa a livello di produttività economica, alleggerimento della spesa sanitaria, risposta migliore ai trattamenti medici prescritti, riduzione degli accessi ai pronto soccorso, una riduzione delle assenze lavorative per malattie etc. Senza parlare direttamente di salute mentale e cura della sofferenza psichica e psicopatologica e la sua incidenza sanitaria, sociale e culturale e i dati relativi all’incidenza trasformativa delle psicoterapie in termini clinici a lungo termine.
Mc Williams N., scrive:
«Mi ha sempre colpito la scomparsa graduale dei problemi fisici cronici durante l’analisi o le terapie prolungate nel tempo (…). Questa osservazione è stata suffragata da molti altri terapeuti, e inoltre da una serie di ricerche empiriche. Già nel 1965, Duehrssen e Jorswick osservarono che gli individui che avevano fatto esperienza della terapia psicoanalitica subivano un minor numero di ricoveri nell’arco di cinque anni rispetto al gruppo di controllo, un dato significativo confermato vent’anni dopo da una rassegna di cinquantotto studi empirici che indagò il rapporto tra psicoterapia e utilizzo e costi dei centri di salute mentale (Mumford et al., 1984). In un recente studio condotto in Germania, i ricercatori hanno osservato un drastico calo nell’utilizzo e nei costi delle strutture sanitarie in seguito al trattamento psicoanalitico, precisando che i costi continuano a diminuire anche dopo la fine del trattamento. Nell’ottavo capitolo ho descritto come la paziente che ho chiamato Molly, nel primo anno di trattamento, avesse scoperto che i sentimenti sono “qualcosa di fisico” e come avesse notato a un tratto che i suoi mal di testa erano scomparsi. (…)» (2025, 276-277) [5].
Riprendendo, invece, David Lazzari in un suo intervento: La psiche è vita (2023):
«(…) I fattori psico-comportamentali sono tra quelli che incidono di più per orientare la vita delle persone verso la salute del corpo e della mente o verso la malattia.
La maggior parte dei disturbi psichici ha cause psicologiche e i maggiori fattori di rischio per le malattie cardiovascolari sono di natura psicologica, il doppio del colesterolo per capirci, il rischio di diabete aumenta del 60% (Hackett e Steptoe 2017), un disagio psicologico prolungato aumenta il rischio di ammalarsi e accorcia la vita (Batty te al. 2014; McLachlan & Gale 2018).
La prevenzione dovrebbe essere in buona parte una questione di psicologia. Così come la cura e la riabilitazione.
(…) Una analisi degli studi internazionali di economia sanitaria ci mostra che i problemi psicologici nelle malattie fisiche aumentano i costi in media del 50% e se vengono trattati non c’è aumento di costi ma un risparmio netto (Layard e Clark 2022), così come un euro investito per trattare ansia e depressione produce oltre 2,5 euro di risparmi (Chisholm et al. 2016)».
Questi dati sono disponibili e chiari e possono essere spunto per una riflessione di politica sanitaria e sociale necessaria e fondamentale.
In luoghi impossibili, possibili risposte
L’esempio che vorrei fare è proprio di un contesto dove per definizione la scissione a cui mi riferisco è netta e all’apparenza irriducibile ma, al contempo, è proprio da questo vertice che vorrei problematizzarla. Il pronto soccorso è per antonomasia il luogo dell’urgenza, dove la vita del paziente è al centro con la sua priorità fisico-organica. Tuttavia è proprio in un contesto così definito che la psiche, nettamente scissa da questa urgenza, irrompe e dimostra la sua centralità quanto la pericolosità della sua esclusione. La psiche è individuale ma anche collettiva, sociale, istituzionale, culturale ecc. Le aggressioni verso gli operatori sanitari da parte di familiari e parenti, il burnout degli operatori, medici e infermieri, nell’affrontare le emergenze quotidiane, mi fanno riflettere sul rischio che c’è nel non dare il giusto e prioritario spazio che la psiche necessita, integrata e non subordinata alla cura globale della persona e anche delle istituzioni stesse depurate alla cura. L’urgenza è curare il corpo, vero e comprensibile, ma qualcosa fa inciampare e questa priorità viene ostacolata con esiti spesso fatali. La frustrazione del personale sanitario, il senso di impotenza, l’angoscia a cui si risponde con fisiologici meccanismi di difesa quali l’isolamento dell’affetto, la negazione, il diniego e la stessa scissione (si sta curando un oggetto corpo non una persona, assetto fondamentale entro certi limiti) si traduce in comunicazioni scostanti ed evasive, confusioni e difficoltà ad incontrare l’altra parte del dolore, come i familiari ad esempio. La frustrazione di questi ultimi, l’angoscia, l’impotenza, la paura e altri vissuti complessi e profondi, possono tradursi in agiti violenti, aggressivi e distruttivi (mai giustificabili ma sicuramente da comprendere alla luce delle loro determinanti). Moti profondi i cui epiloghi arrivano a noi attraverso la cronaca quotidiana. Cosa suggerisce tutto questo? Che un luogo di cura, anche un pronto soccorso, dove la cura del corpo biologico è preponderante, che ignora o nega la presenza della psiche, che dunque tende a non vedere la persona e le istituzioni nella loco complessità, genera problemi che ostacolano la cura tout cour. Credo che questo, a parer mio, ci indica che la cura psichica non può essere complemento subordinato ma elemento complementare e paritario. Provo ad argomentare questa posizione. La cura del paziente al pronto soccorso, nello specifico, può non essere direttamente cura della persona che ha accesso al servizio ma cura dell’istituzione e dell’ambiente che l’accoglie. Cura del contesto sanitario che deve essere messo in condizione di lavorare, cura del medico e delle sue pressioni, cura dei familiari che necessitano di spazi in cui portare contenuti che altrimenti ignorati diventano aspetti agiti pericolosi. La cura psichica, non è solo e sempre cura della persona in quanto tale ma cura dei contesti e delle organizzazioni depurate all’accoglimento delle persone da curare e delle stesse persone che curano. Un medico pressato da senso di impotenza, burnout, spinte onnipotenti come lavora? Un familiare tagliato fuori, insieme al suo carico di angoscia, come si muove all’interno nel contesto di cura? Dunque la cura non può essere scissa, mai, non può produrre una pratica scissa mai. La cura psichica è sempre contemporanea, complementare, indivisibile come l’individuo verso cui si dovrebbe rivolgere. Ciò che è necessario è una crescita di consapevolezza che la cura è un processo ampio e complesso non identificabile esclusivamente con l’assenza di malattia o remissione del sintomo. È necessario un cambiamento culturale ed epistemologico e cogliere la persona nella sua complessità di legami, relazioni, bio-psico-sociale e lavorare quei pregiudizi, impliciti, che perdurano ed orientano, deformando, assetti, intenzioni e azioni.
Riferimenti per approfondire:
[1] La Psiche è Vita di David Lazzari
[2] Evidenze per il lavoro psicologico. Dati e scenari dalla ricerca (PDF) In Quaderni CNOP
[3] Fabio Vanni. Dal Pronto Soccorso: uno sguardo sugli adolescenti. Franco Angeli, Ricerca Psicoanalitica. Fascicolo 2014/1 (pp. 91-110). DOI 10.3280/RPR2014-001007
Fabio Vanni. Giovani in Pronto Soccorso. Il corpo nelle emergenze psicologiche. Franco Angeli Editore, 2009.
[4] Luigi Solano. Uno Psicologo di Base accanto al medico di medicina generale: l’esperienza della
Scuola di Salute di Roma (PDF)
[5] Nancy McWilliams. Psicoterapia psicoanalitica. Raffaello Cortina Editore, 2025.






Lascia una risposta